Le prospettive 2026 per Slow Food Trentino
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- 3 gen
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Grazie a il T quotidiano ogni due settimane, Slow Food Trentino cura a partire dal 14 febbraio 2025 una rubrica sulla pagina Terra Madre. Questo articolo è stato pubblicato venerdì 2 gennaio 2026.

Nel 1986 i fondatori di Slow Food non avrebbero mai immaginato di dare il via a un movimento che oggi conta decine di migliaia di volontari e milioni di attivisti in 150 Paesi del mondo. Non avrebbero immaginato, al contempo, quanto stessero precorrendo i tempi. E quanto oggi, quarant’anni dopo, è più che mai necessaria un’associazione a difesa della cultura del cibo, vicina a chi tutela la biodiversità e gli ecosistemi, impegnata nell’educazione al gusto e nel rendere accessibile a tutti il cibo buono, pulito e giusto.
A metà di questo lungo percorso, nel 2004, Slow Food si è dotata di strumenti importanti per perseguire obiettivi apparentemente fuori scala per un’associazione. E per interpretare con competenza la complessità che ha al proprio centro il cibo. È nata così l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo: oggi un punto di riferimento internazionale, luogo di formazione e ricerca sui sistemi alimentari, capace di considerare il cibo quale elemento importante nel creare e modellare la società. Nello stesso anno, a Torino, si riuniscono per la prima volta le comunità del cibo di tutto il mondo, dando vita a una rete permanente di cittadini, agricoltori, cuochi, allevatori e pescatori impegnati ogni giorno per promuovere un nuovo modello economico, agricolo, alimentare e culturale. A settembre del 2026 questa comunità tornerà ad unirsi per la sedicesima edizione di Terra Madre: sarà l’occasione per condividere le sfide rilanciate dell’anno che è appena iniziato.
Slow Food Trentino parteciperà a Terra Madre con istanze legate alle Terre Alte e alle comunità che le vivono, se ne prendono cura e ne difendono il futuro. Il suo contributo si unirà a un mosaico di esperienze e visioni provenienti da tutto il mondo e messe a fattor comune. In particolare, l’associazione è impegnata a far emergere un aspetto che spesso passa in secondo piano nella narrazione sulla montagna: il ruolo dei sistemi locali del cibo. Sono numerosi i progetti di Slow Food volti a far comprendere il ruolo di agricoltura e allevamento montani, non solo come generatori di economie locali di piccola scala, ma nodi di connessione tra culture, saperi, paesaggi e biodiversità, con effetti ecologici e sociali che si riverberano oltre i territori alpini. Questa attenzione assume ancora più rilevanza nell’anno delle Olimpiadi Milano–Cortina, un evento di grande visibilità che rischia di oscurare ulteriormente questo patrimonio. Non sappiamo ancora se l’iconografia di queste Olimpiadi si staglierà sui toni del bianco, grazie a nevicate dell’ultimo momento, oppure se — in continuità con le macro tendenze climatiche — renderà evidente il messaggio delle Alpi come hotspot climatico, mostrando al mondo eloquenti lingue di neve artificiale a fendere paesaggi completamente brulli. La manifestazione sportiva cade nel ventesimo anniversario della Dichiarazione sui cambiamenti climatici della VIII Conferenza delle Alpi, e testimonia ancora una volta quanto strategie e inviti ad attuare politiche di prevenzione dei cambiamenti climatici siano state disattese. Già dal nome di queste Olimpiadi, come hanno osservato in molti, si ripropone l’idea della montagna come dependance della città: una periferia del loisir, un giro di giostra in un parco giochi sempre più modellato sulle esigenze della città. Spesso anche il dibattito ambientalista si concentra esclusivamente sugli argomenti legati alla mobilità, all’impronta ecologica delle varie tipologie di attività sportive, alla convivenza con un’anacronistica idea di natura selvaggia, dimenticando che la montagna vive grazie ad agricoltori e allevatori.
Slow Food Trentino nel 2026 continuerà con maggior forza a dar loro voce. Minacciati dalla crisi climatica, da modelli economici che premiano la quantità e da normative pensate per altri ecosistemi, in altri contesti. Ostacoli che generano difficoltà quotidiane e, soprattutto, offuscano la possibilità di immaginare un futuro sereno per chi potrebbe garantire il ricambio generazionale di mestieri e imprese.
Nel nuovo anno Slow Food proseguirà nel proporre laboratori e incontri per assaggiare le produzioni di montagna e raccontare le sfide che attraversano i territori alpini. Andremo a trovare questi artigiani per conoscere le loro storie, li inviteremo nelle manifestazioni in città affinché le loro rivendicazioni entrino in contatto con un pubblico più ampio. Perché non si aiuta l’agricoltura di montagna da consumatori. Acquistare qualche etto di formaggio durante una gita domenicale non è sufficiente per dare un futuro a un ecosistema. Si aiutano i sistemi locali del cibo di montagna conoscendoli, comprendendo le loro esigenze e i loro modelli — spesso non sovrapponibili con l’economia della concorrenza, della competizione e della standardizzazione — e trasformando questa consapevolezza in impegno politico, a loro sostegno. L’ONU invita a mettere questi temi sotto i riflettori nel 2026, nominandolo Anno internazionale dei pascoli e dei pastori con «l’obiettivo di aumentare la consapevolezza e favorire l’importanza della salute dei pascoli e della pastorizia sostenibile, oltre ad accrescere la capacità produttiva e gli investimenti responsabili nel settore dell’allevamento di bestiame».
Realizzare tali obiettivi richiede azioni urgenti e concrete anche nei nostri territori. Slow Food ha cercato di rispondere alla mancanza di risorse umane nel settore istituendo la scuola di pastorizia di Calascio, in Appennino. Riconoscendone il valore, Slow Food Trentino ha stanziato due borse di studio, che rimarranno attive per i corsi del 2026.
Si conferma centrale il tema del latte crudo: non si è ancora trovato il giusto equilibrio tra la necessità di diffondere una corretta conoscenza dei rischi per le categorie più fragili, le buone pratiche igienico-sanitarie, i controlli, e le condizioni oggettive dei piccoli caseifici e delle malghe che devono essere messe in condizione di sopravvivere. Assistiamo invece al rischio sempre più tangibile che l’attuale tendenza al forte ridimensionamento di queste realtà — presìdi fondamentali del territorio, dagli alpeggi al fondovalle — si trasformi in un abbandono irreversibile della montagna.
A supporto di queste istanze, Slow Food Trentino proseguirà nella primavera 2026 il progetto Montagna 2050, incontrando le comunità delle valli trentine e costruendo un percorso partecipato di ascolto e discussione. Le comunità montane sono protagoniste dell’insegnamento di Antropologia culturale dei Domini collettivi e dei territori di vita, tenuto da Marta Villa, che per il secondo anno Slow Food sostiene presso il Dipartimento di sociologia e ricerca sociale dell’Università di Trento. Negli ultimi quattro anni, la collaborazione con l’Università ha permesso a Slow Food di stimolare in Trentino una riflessione sull’Overshoot Day, la giornata in cui le risorse in grado di rigenerarsi nel corso dell’anno si esauriscono a causa dell’impronta antropica. Attività di sensibilizzazione, conferenze e mercati che proseguiranno anche nel 2026, nel mese di maggio, a testimonianza di quanto viviamo in debito ecologico, verso le generazioni future e verso le aree del mondo meno energivore. Con il percorso “Cibo, pace e solidarietà”, Slow Food Trentino intende ricordare anche nel nuovo anno tutte le persone per le quali il cibo buono, pulito e giusto è un lusso inarrivabile e chi è costretto a migrare da Paesi in cui sicurezza e sovranità alimentare sono minacciate da guerre, disuguaglianze e crisi climatica.






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