Cementificio in Valle dei Laghi: la posizione di Slow Food Trentino


La ventilata decisione di riavviare i forni del Cementificio delle Sarche ha posto in allarme la comunità della Valle dei Laghi e tutti coloro che pensano ad un Trentino impegnato per la salvaguardia dell'ambiente e delle sue unicità territoriali.


Una scelta, quella di riprendere le produzioni dopo sei anni di inattività, oltremodo grave se pensiamo al contesto di accelerazione della crisi climatica in atto e delle raccomandazioni che vengono dalla comunità scientifica e dell'IPCC (la Commissione delle Nazioni Unite sul clima) sulla necessità di ridurre drasticamente le emissioni di CO2 e di polveri climalteranti se non vogliamo superare entro il 2030 la soglia dell'aumento della temperatura del pianeta di 1,5° con le conseguenze catastrofiche per la vita del genere umano sulla Terra. La stessa pandemia Covid-19 – parte di una sindemia che incrocia crisi di natura diversa – ci insegna, a voler imparare, che il nostro modello di sviluppo è manifestamente insostenibile.

Qui, come altrove, non si tratta di contrapporsi ad un'attività industriale in nome del “non nel mio giardino”, ma di interrogarsi se i costi ambientali, sociali ed economici di questa scelta non producano effetti controproducenti per l'intera comunità.


Perché l'ecosistema come l'economia della Valle dei laghi (e più in generale dell'insieme del territorio trentino) non hanno affatto bisogno di questo insediamento industriale. Lo poteva avere, forse, mezzo secolo fa quando la terra dava tanto lavoro ma poco reddito e sul piano della consapevolezza ambientale non avevamo ancora fatto i conti con la fragilità degli ecosistemi. Senza dimenticare che stiamo parlando di una valle che ha pagato un prezzo tutt'altro che marginale alla cultura industriale con gli insediamenti idroelettrici realizzati nel secolo scorso.

Nel corso del tempo abbiamo compreso come la ricchezza della Valle dei Laghi sia la sua unicità, il suo straordinario paesaggio che ne fa un luogo d'incontro fra il Mediterraneo e il sistema alpino, il suo clima submediterraneo che ha reso questo territorio la zona climatica più a nord del paese dove crescono il leccio e l'ulivo, che la fa interagire con gli ecosistemi del Lago di Garda e del Monte Baldo,... dando vita ad una particolare condizione favorevole alla coltura della vite, alla sua trasformazione di pregio e a quel clima che ne fa sempre di più terra di attrazione turistica lungo l'insieme delle stagioni. Una filiera territoriale (ambiente, agricoltura, enogastronomia, turismo) che ha nel suo genius loci una potenzialità non ancora del tutto valorizzata.


Come non vedere che questa ricchezza intrinseca legata all'ambiente naturale rischia di venire se non compromessa certamente indebolita da una scelta industriale come quella del cementificio?


Si dice che la riapertura dei forni potrebbe dare una trentina di posti di lavoro. Ma quanti ne potrebbe compromettere nell'appannarsi di un'immagine che, peraltro, valorizza l'intero contesto trentino? Perché non immaginare un grande progetto di rigenerazione ambientale dell'area industriale e di quella estrattiva e al lavoro che ne verrebbe?


Come Slow Food in questi anni abbiamo accompagnato un disegno di qualificazione produttiva ed ambientale della Valle dei Laghi valorizzando la coltivazione della vite e dell'olivo, la ricerca delle specie autoctone nella frutticoltura e nell'orticoltura come nelle produzioni cerealicole, da cui sono nati importanti presidi conosciuti a livello internazionale come il Vino Santo, il Broccolo di Torbole, l'olio Casaliva del Garda trentino.


È questa la strada da seguire se si vuole veramente parlare con credibilità di sostenibilità e transizione ecologica in Trentino.


Slow Food Trentino Alto Adige


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