Il paesaggio viticolo della Vallagarina nella sua dimensione agroecologica

di Federico Bigaran

Articolo tratto da Slowzine n. 7 - febbraio2021

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Il paesaggio oltre alle funzioni estetiche, ricreative, culturali, emozionali, identitarie assolve anche funzioni ecologiche. La composizione e l’organizzazione del mosaico paesaggistico determinano le capacità di connessione e di interazione delle componenti degli ecosistemi e la loro capacità di resilienza e di adattamento. Il livello di biodiversità presente nel territorio fornisce una pluralità di servizi ecosistemici, come la regolazione del clima, la qualità dell’aria e delle acque, la formazione e la difesa del suolo, l’impollinazione, l’assimilazione dei rifiuti e dei reflui, la mitigazione dei rischi naturali, l’habitat per flora e fauna. Sono tutti elementi che sostengono le capacità produttive e di vivibilità di un territorio. In una visione del paesaggio come bene comune i comportamenti individuali e collettivi delle comunità locali sono determinanti per favorire la sua “multifunzionalità” attraverso azioni di responsabilità e di partecipazione.

La viticoltura per la Vallagarina ha assunto un ruolo importante nella determinazione del paesaggio e rappresenta, in quanto coltura permanente e longeva, un elemento di patrimonializzazione del territorio e di connotazione geografica e culturale.

Il sodalizio fra la vite e la Vallagarina ha radici antiche. Dalla Chiusa di Ceraino ai “Murazzi”, corridoio obbligato fra l’Italia e il nord Europa, la vite ha accompagnato, a partire dalla seconda metà del primo millennio a.c. (Ciurletti G. 2012), la storia dell’uomo e della valle. E’ divenuta nei secoli “un’importante fonte di reddito per generazioni di famiglie contadine e un elemento caratterizzante del paesaggio ed un importante elemento di tutela del territorio”. Lo afferma il disciplinare che attribuisce l’indicazione geografica Vallagarina ai vini bianchi, rossi e rosati, prodotti da determinati vitigni, entro un territorio precisamente definito nei suoi confini e nel rispetto di alcune regole.


Condividendo nome e territorio i prodotti della coltivazione della vite e la Vallagarina rafforzano il reciproco legame culturale. Tale legame si è formato e consolidato nell’età romana (i vini retici erano particolarmente rinomati) e successivamente viene condiviso con la cultura nordica, aspetto testimoniato dalla radice stessa del nome “lager”, per la prima volta citato con riferimento al territorio di provenienza del conte dei Longobardi di nome Ragilone (di Lagare) nella “Historia Longobardorum” di Paolo Diacono (VIII sec. (789), lib.3 c.9).

La Valle era anche detta, secondo Adamo Chiusole (Notizie antiche e moderne della Valle Lagarina - 1787), Val d’ Ager o Val d’Agri. Quindi Lagertal, “la Valle del Campo”, ossia un luogo vocato alla coltivazione. Altre interpretazioni vogliono il nome della Valle “lagaro” derivato da “laculum”, termine legato alla vasta presenza di laghi ed acquitrini.


Acqua e terra, i costruttori della valle, sono sempre stati in rapporto dinamico, fisico e culturale, e l’uomo, qui più che altrove, è intervenuto per regolare tale dinamismo. Poderosi franamenti dei versanti e frequenti esondazioni hanno accompagnato la storia della valle.


Nel 1600 i principi vescovi aprirono con esplosivi la stretta Chiusa di Ceraino per far meglio defluire le acque, prosciugare gli acquitrini e permettere una migliore viabilità. Nella seconda metà del 1800 numerosi “tagli” (di Nomi, di Marco, di Chiusole, di Besenello-Calliano) modificarono il corso dell’Adige eliminando i meandri che oggi ancora si percepiscono nel paesaggio per forma e per l’inferiore quota rispetto al piano campagna.


Da fiume navigabile ad andamento meandrante, con ampie interazioni ecologiche ed anche economiche e culturali con il territorio circostante, si pensi all’importanza della presenza di veri e propri porti, l’Adige divenne sostanzialmente molto simile ad un canale artificiale.

Nel fondovalle, liberato dalle anse, lungo il corso del fiume-canale, sono state progressivamente realizzate le strutture viarie, ossia la ferrovia, le strade statali e provinciali, l’autostrada, le strade comunali, la pista ciclo-pedonale e le varie strutture produttive artigianali e industriali, poste in genere in prossimità dei centri abitati. Tutto questo, in una valle che presenta una larghezza che varia da 500 a 2500 metri, rende la terra un bene prezioso.


Le vicende storiche, economiche, la diffusione di nuove e devastanti malattie della vite, la concorrenza di altre coltivazioni, come ad esempio il gelso per la produzione di bachi da seta o il tabacco, le conoscenze e gli orientamenti tecnici, hanno variamente influenzato e profondamente trasformato il paesaggio viticolo. Il paesaggio agrario è infatti in continuo e costante mutamento e le forze che lo governano riguardano, oltre a quelli sopra elencati, anche gli aspetti demografici, sociali e culturali.

Le forme di allevamento oggi considerate tradizionali della zona (pergola semplice, pergola doppia, spalliera) erano un tempo molto differenti come testimoniano dipinti, affreschi e mappe che rilevano la diffusa presenza del “palo secco” e della “vite maritata”, oggi completamente scomparsi.

Attualmente la vite in Vallagarina interessa una superficie di circa 3.500 ha. I terreni sono posti per circa il 40% nel fondovalle, lungo il corso del fiume Adige (100-200 m s.l.m.), mentre circa il 60% sono situati a quote più elevate, fino a 650/700 m s.l.m., lungo i versanti vallivi dove sono presenti depositi gravitativi e conoidi. In tali aree i vigneti sono spesso ubicati sui caratteristici terrazzamenti sostenuti da muri a secco, o su balze ricavate da una regolarizzazione della naturale morfologia del territorio.

I suoli, di natura alluvionale con una matrice predominante calcareo-dolomitica, ad eccezione di quelli formatisi sui substrati basaltici presenti in talune aree di Isera e Mori dove tradizionalmente si produce il Marzemino, risultano diversificati in relazione alle quote ed alle giaciture. I terrazzi fluviali posti a quota leggermente superiore alla piana alluvionale presentano caratteristiche particolari ed ospitano da più tempo i vigneti. Ai margini della valle sono presenti anche depositi glaciali e fluvioglaciali con litologia mista dove è presente una viticoltura di elevata qualità (Sartori et al. 2012).


Le regole per una razionale coltivazione della vite, “unità di luogo” (evitare la coltivazione dispersa), “unità di ceppo” (unica varietà), “scelta di adatto vitigno” (far tesoro delle varietà indigene che diedero buona prova di sé, ma fare anche delle prove con nuovi vitigni), “vite bassa” (raccoglie il calore del sole, matura prima e uniformemente), si sono prontamente diffuse alla fine dell’800 formando così il paesaggio viticolo monoculturale.

E. Sereni definisce il paesaggio agrario “quella forma che l’uomo, nel corso e ai fini delle sue attività agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale”. Per il fondovalle della Vallagarina la sostituzione del paesaggio agrario al paesaggio naturale è pressoché totale. Il tributo pagato dalla Valle alla razionalità è altissimo in termini ecologici. Le barriere infrastrutturali impediscono le connessioni ecologiche, la naturalità è presenza residua ed incombente nelle rocce e nelle vette che formano i fianchi della Valle e che obbligano lo sguardo a seguire un inevitabile percorso dominato dalle infrastrutture. Castelli, eremi e santuari, abbarbicati ai versanti, sono testimoni silenti dei continui flussi (acqua, uomini, mezzi, merci..) e cambiamenti. Ma proprio la vite si appresta ad essere la protagonista di un nuovo cambiamento, da molti auspicato: la transizione agroecologica. D’altro canto la vigna ha avuto da sempre una funzione particolare nell’immaginario umano, fornendoci servizi di carattere ludico, ricreativo, relazionale ed estetico, generando nei secoli percezioni e significati simbolici e identitari. La ritroviamo, infatti, più frequentemente di altre coltivazioni, nelle religioni, nelle rappresentazioni artistiche materiali (pittura, scultura), nella poesia e nella letteratura. I valori ad essa associati sono sempre positivi, quasi a riaffermare l’importanza e la bontà della scelta a suo tempo fatta: dedicare, forze, tempo e risorse a una produzione non essenziale alla mera sopravvivenza. Nei testi e nelle rappresentazioni grafiche la vigna è spesso associata alla vita, alla prosperità, alla nascita, alla fertilità, alla “buona cura”, alla fatica e al lavoro dell’uomo, alla rigenerazione, al piacere e all’ebbrezza, ossia alla capacità di rallegrare la vita dell’uomo e di alleviarne gli inevitabili dolori. Potrà ancora assolvere la funzione di cura delle ferite da noi stessi inferte all’ambiente che la ospita.


Osserviamo quindi il paesaggio della Valle dal punto di vista delle relazioni fra i molteplici servizi ecosistemici che un approccio agroecologico alla coltivazione della vite può fornire al nostro complesso sistema di valori culturali, economici e sociali. Interpretando la struttura del paesaggio agrario come mosaico di queste relazioni e connessioni, in grado di svolgere una funzione dissipativa, in quanto permeano tutto il territorio, possiamo intravvedere un possibile percorso di transizione.


Lungo tale percorso cambiano innanzitutto i valori. Quello che prima veniva considerato inutile diviene essenziale, quello che prima era un ostacolo può divenire ora risorsa, ciò che era esclusivo può diventare patrimonio comune, la lotta trasformarsi in alleanza. La complessità prende il posto della semplificazione. Più che voltar pagina forse si tratta di cambiare proprio il libro.

Lo studio della complessità e delle relazioni in ambito agricolo è proprio l’oggetto dell’agroecologia, che è al contempo una scienza, un insieme di pratiche, un movimento sociale, che analizza gli agroecosistemi nelle loro molteplici funzioni: biofisiche, economiche, tecnologiche, sociali, culturali, simboliche. Va rilevato che vari agronomi italiani a cavallo fra la fine dell’ottocento e i primi del novecento (Pietro Cuppari, Girolamo Azzi, Alfonso Draghetti, Giovanni Haussmann) avevano sviluppato i primi concetti di quella che allora era definita “ecologia agraria”, adottando una visione olistica che tiene conto che i sistemi biologici sviluppano fenomeni che non possono essere compresi se non si esamina il sistema nella sua interezza, in opposizione alla visione riduzionistica che affronta il singolo problema, non curandosi del contesto e degli effetti che le soluzioni adottate possono avere sul sistema nel suo complesso.


Le risposte adeguate alla complessità dei problemi che oggi affrontiamo, entro l’ambiente da noi stessi costruito, possono essere in parte ritrovate nelle antiche conoscenze e pratiche agricole e in parte provenire da un nuovo approccio della ricerca e dell’innovazione. Considerata la nostra specifica situazione fondiaria quello che appare essenziale è favorire un approccio territoriale ampio, a scala di paesaggio, e questo richiede uno sforzo collettivo. Ma la tradizione in campo cooperativo, consortile e mutualistico non manca alla popolazione della Valle.


Nell’ambito del progetto denominato “Ecovinegoals - Attività di Gestione Ecologica dei Vigneti per per Strategie di Paesaggio” (vedi www.ecovinegoals.adrioninterreg.eu) sono state individuate e descritte varie pratiche agroecologiche ed i relativi indicatori.

Nella tabella si riporta l’elenco per evidenziare come siano ampie le possibilità di intervento da parte del viticoltore e delle comunità rurali (cfr. tabella ).

Partiamo quindi per un percorso alla ricerca degli elementi paesaggistici del territorio della Vallagarina in prospettiva agroecologica e multifunzionale. Per comprendere l’importanza di alcuni elementi apparentemente banali e a prima vista insignificanti consideriamo ad esempio un semplice filare di alberi o di arbusti posto ai margini di un vigneto. Tale pratica può svolgere varie funzioni: ha una funzione protettiva e difensiva, protegge il suolo dell’appezzamento limitando il calpestio e l’erosione lungo i bordi, delimita la proprietà, riduce il fenomeno della deriva di prodotti indesiderati, incrementa la biodiversità, costituisce habitat per varie specie, può costituire corridoio sicuro per i loro spostamenti, fornisce alimento per le api durante la fioritura, fornisce legname da ardere o da lavoro, protegge le coltivazioni dal vento, migliora il microclima, svolge una funzione prospettica ed estetica ossia indirizza lo sguardo verso un determinato punto, rende il paesaggio più piacevole all’osservatore, ha una funzione ricreativa, rendere piacevole una passeggiata, può costituire luogo di sosta. Molte persone, che non sono agricoltori, frequentano la campagna. Fanno passeggiate, portano a spasso i cani, vanno in bicicletta, si incontrano.


I canali di scolo e le fosse di bonifica rappresentano un luogo di connessione ecologica ed un habitat favorevole per numerose specie vegetali ed animali. La loro gestione e manutenzione, oltre agli aspetti idraulici e di sicurezza del territorio, riguarda anche la biodiversità associata all’ecosistema agricolo.

I muri delle “cesure” , oltre a rappresentare un elemento storico, creano microclimi particolari.


La presenza di antichi manufatti ad uso agricolo arricchisce il paesaggio e rappresenta una memoria storica da salvaguardare utilizzando adeguati criteri. Le aree adiacenti possono ospitare insetti ed animali che arricchiscono la biodiversità e concorrono al mantenimento dell’equilibrio ecologico.

In un tratto del vecchio alveo del fiume Adige (taglio di Nomi) si è formata una zona umida di grande importanza in quanto costituisce area di sosta per varie specie migratrici, area di nidificazione di specie riparie e habitat per anfibi ed altre specie tipiche delle zone umide, ormai quasi totalmente scomparse a seguito degli interventi di bonifica e per questo oggetto di protezione. L’attività agricola in prossimità di tali zone deve essere effettuata con determinate cautele. Anche alcune strutture agricole, come ad esempio i pali in legno, possono divenire rifugio di fauna selvatica. I vecchi ceppi, ancora produttivi, testimoniano la lunga esperienza di coltivazione della vite.

Articolo a cura di Federico Bigaran, agronomo, foto di Christian Cristoforetti, ingegnere-fotografo


federico.bigaran@gmail.com

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