Assemblea Slow Food Italia a Trento
- SlowFoodAltoAdigeSüdtirol
- 25 lug
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Articolo pubblicato su Il T quotidiano di Venerdì 17 luglio 2026
Sabato 18 e domenica 19 luglio, l’aula Kessler del Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell’Università di Trento ospiterà l’Assemblea di Slow Food Italia. I delegati provenienti da ogni parte della Penisola si uniranno al Consiglio Direttivo Nazionale e ai responsabili dei diversi progetti in un momento dal forte valore simbolico. L’Assemblea si svolge infatti a quasi due mesi dalla scomparsa di Carlo Petrini e nel quarantesimo anniversario della fondazione di Slow Food, nata proprio nel 1986 dalla sua visione.
Il luogo scelto per ospitare l’assemblea testimonia il forte legame tra Slow Food, la sua declinazione trentina e l’università di Trento, a conferma della consapevolezza che il cibo non rappresenta soltanto una questione alimentare, ma un tema di ricerca capace di intrecciare ambiente, società, economia, salute e cultura. Una chiave interpretativa sempre più rilevante per comprendere la società e le sue dinamiche. Il direttore del Dipartimento di Sociologia, prof. Marco Brunazzo, sottolinea: «L’Università ha il compito di produrre conoscenza, ma anche di metterla al servizio della società. La collaborazione con Slow Food Trentino va esattamente in questa direzione: unire ricerca, formazione e impegno sul territorio per promuovere modelli di sviluppo capaci di coniugare sostenibilità, cultura e innovazione. È una collaborazione efficace perché nasce dall'ascolto reciproco e dalla volontà di affrontare insieme sfide che riguardano il futuro delle nostre comunità». Una sinergia che prende forma ormai da due anni nel sostegno al corso di Antropologia Culturale dei Domini Collettivi e dei Territori di Vita, con docente l’antropologa Marta Villa, capace di introdurre uno sguardo diverso sulle aree montane. Proprio le Terre Alte saranno all’ordine del giorno dell’Assemblea. Hotspot climatici per eccellenza, sottoposte a stress demografico, pressione antropica e iperestrattivismo, sono troppo spesso prese in considerazione lasciando in secondo piano gli aspetti connessi alle filiere alimentari. Sono al contrario luoghi nei quali l’agricoltura e l’allevamento possono ancora mantenere vive le comunità, preservare l'equilibrio dei paesaggi e garantire una gestione oculata delle risorse. Ciò a patto di difendersi da un modello economico e di sfruttamento che negli ultimi decenni si è cercato di applicare anche alla montagna. È sempre più necessario, e numerose realtà locali lo stanno facendo, resistere con un nuovo vocabolario fatto di agroecologia, razze autoctone, approcci estensivi, nature-based solutions, differenziazione e diversità. Elementi che devono essere ricondotti all’interno di un modello che, se per secoli ha funzionato in società rurali e profondamente radicate nelle singole valli, oggi ha bisogno di essere ridefinito. Non per portarci semplicemente indietro in un passato non replicabile e nemmeno desiderabile. Ma per evitare di subire per inerzia la traiettoria di un futuro insostenibile, che sta già creando profonde ferite nella montagna e nelle popolazioni che la abitano (o che sono costrette ad abbandonarla). Una soluzione predefinita per disegnare strategie e nuove rotte ancora non esiste. Va costruita, sperimentata e ricercata. In questo percorso lo strumento più efficace è la capacità di mettere in comune esperienze, conoscenze e pratiche, condividendo soluzioni tecniche, modelli organizzativi, forme di governance e processi di innovazione capaci di adattare i saperi maturati localmente alla complessità contemporanea e alla dimensione globale. Questo è uno dei grandi valori della rete di Slow Food: la capacità di unire comunità che, pur operando in contesti geograficamente lontani e profondamente diversi, possono confrontarsi, apprendere reciprocamente e costruire insieme risposte nuove. Una rete che si fa dispositivo in grado di generare le condizioni nelle quali pensare possibilità inedite. L’urgenza è più che mai sotto gli occhi di tutti in queste settimane: siccità che inaridisce i pascoli, crisi della filiera del latte, polarizzazione di ogni dibattito sui grandi carnivori, l’evoluzione delle normative sulla peste suina, solo per citare la cronaca quotidiana.
È l’esigenza di questo confronto, che si fa pensiero e cerca di diventare spinta politica, che portò alla nascita di Terra Madre, più di vent’anni fa. Da allora ogni due anni le comunità del cibo di tutto il mondo si incontrano a Torino. “Biodiversity – Be Diversity” dà il titolo all’edizione 2026 che si terrà dal 24 al 27 settembre. Saranno pastori, contadini, allevatori, pescatori, artigiani, studiosi e cittadini provenienti da oltre 120 Paesi a dare forma a un dialogo attorno alla biodiversità, intesa nelle sue dimensioni biologica, culturale e sociale, non solo come patrimonio da tutelare, ma, come affermava Petrini «come elemento politico centrale, come progetto di nuovo umanesimo, nuovo paradigma da inseguire e da sposare».
Le connessioni che animano Terra Madre danno forma alle reti tematiche, per disegnare nuove geografie che mappano filiere, ecosistemi e comunità: la Rete Slow Food dei Castanicoltori, Slow Beans, Slow Grains, Slow Mays, Slow Rice. In queste dinamiche si inseriscono anche le nuove politiche del cibo. Terra Madre vi dedicherà uno spazio specifico, per ribadire che il cibo è politica e, proprio per questo, deve entrare nella politica, nelle amministrazioni e nelle istituzioni. Lo strumento attraverso il quale questo può avvenire è rappresentato dalle food policy. Una strada che sta percorrendo anche il nostro capoluogo come ricorda Andreas Fernandez, Assessore alla transizione ecologica e digitale del Comune di Trento, che patrocina e sostiene l’Assemblea: «È un grande onore ospitare a Trento l’Assemblea nazionale di Slow Food, la prima dopo la scomparsa di Carlo Petrini. Proprio ora che stiamo scrivendo il Piano del Cibo della città, il suo insegnamento è più vivo che mai. Anche noi vogliamo mettere al centro il concetto di biodiversità, perché rappresenta il più grande patrimonio naturale in grado di garantire la sopravvivenza dell’umanità, a partire dalla sicurezza alimentare. La transizione ecologica non avverrà mai se nell’equazione delle soluzioni non si considera in modo prioritario cosa mangiamo, come viene prodotto e quali ingiustizie sociali ci sono dietro».




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