Incontro con Anna e Irene di Malga Telvagola
Articolo pubblicato su Il T Quotidiano del 5 settembre 2026

A fine settembre entreranno in applicazione le disposizioni della Direttiva (UE) 2024/825 – Empowering Consumers for the Green Transition, destinate a rendere più rigoroso l’uso dei claim ambientali e dei marchi di sostenibilità, chiedendo una maggiore corrispondenza tra le parole utilizzate e ciò che effettivamente rappresentano. Se un analogo esercizio di verifica riguardasse il lessico della montagna, probabilmente bisognerebbe rimettere mano a buona parte del suo vocabolario. E una delle prime parole a finire sotto esame sarebbe la parola “malga”.
Questa insegna identifica oggi realtà molto diverse: ristoranti stellati, alberghi, aree camper, locali che organizzano dj set e après-ski in pieno inverno. Eppure «malga» continua anche a indicare un sistema molto più antico e complesso, fatto di animali, persone, saperi, prati, infrastrutture e tecniche, che si attiva ogni estate con l’alpeggio. Un sistema che, in alcuni casi, si presenta incompleto: il latte viene prodotto in quota ma conferito ai caseifici di fondovalle per la trasformazione; altrove l’attività viene mantenuta in vita soprattutto per accedere ai contributi, perdendo parte delle funzioni che storicamente la definivano.

È nella sua accezione più completa che questo termine sembra trovare senso a Malga Telvagola, in Valmalene, poco distante da Passo del Brocon. «L’ambiente montano, per il clima, la disponibilità di erba e di acqua, è quello d’elezione per le vacche. La pratica dell’alpeggio è la massima espressione della nostra idea di allevamento», racconta Anna Sarcletti, che da sei anni gestisce con Irene Piazza questo luogo a poco più di 1.600 metri. Anna, classe 1985, è cresciuta in Val di Non e ha studiato Scienze storiche all’Università di Trento, Irene, poco più che trentenne e con diciassette stagioni di malga alle spalle, è originaria di Feltre e laureata in Scienze e cultura della gastronomia e della ristorazione all’Università di Padova. In questo lembo estremo del Lagorai si è affinato il loro progetto, anno dopo anno, definendo una visione determinata da scelte ben precise. La prima riguarda le razze allevate: esclusivamente autoctone, Grigio Alpina e Bruna Originale. Da qualche stagione salgono in alpeggio anche capre e maiali provenienti dall’azienda di fondovalle. Per il resto dell’anno l’attività si concentra infatti sui Colli Berici, a Selma Agricola Sermondi, dove all’allevamento si affiancano la panificazione, la produzione di fermentati e quella orticola. Anche lì le vacche vivono al pascolo, ma la malga rimane il centro del progetto di Irene e Anna: «I novanta giorni di malga non sono una parentesi, sono gli altri nove mesi ad esserlo. Programmiamo i parti in primavera per avere la maggior parte del latte proprio nella stagione di alpeggio. In questo modo abbiamo una qualità altissima. E soprattutto l’alimentazione è quasi esclusivamente di erba con una minima integrazione di mangimi. Questa gestione ha importanti conseguenze anche sul piano della sostenibilità economica». Per evitare che l’erba venga a mancare, anche in stagioni siccitose come questa, la gestione del pascolo è molto attenta. Gli animali vengono spostati con recinti di dimensioni ridotte, secondo una tecnica che Irene ha imparato dal padre e affinato negli anni attraverso l’esperienza e il confronto con altri allevatori. La dimensione delle parcelle cambia in base alla capacità nutritiva del prato, osservata giorno per giorno. Lasciare le razze rustiche completamente libere significherebbe infatti permettere loro di selezionare soltanto le essenze più appetibili, favorendo nel tempo la diffusione delle specie meno gradite. «Quando arriviamo a quattro dita dal colletto dell’erba spostiamo gli animali. Le deiezioni restano sul terreno e lo nutrono, passiamo alla parcella successiva e poi, al momento giusto, torniamo su quella iniziale. Il prato non è semplicemente un prato: è un pascolo che coltiviamo e custodiamo e che le vacche abitano». Nelle zone dove le infestanti sono più presenti entrano invece in gioco i maiali, che contribuiscono a riequilibrare il pascolo e rappresentano una componente importante dell’organizzazione aziendale.
Il risultato di queste scelte si ritrova nei formaggi, capaci di esprimere il territorio, la razza, la manualità della casara e perfino le specificità di ogni singola giornata. Fino al 2020, a Malga Telvagola, il latte veniva prodotto in quota e trasformato a valle. Con Irene e Anna è iniziata anche la caseificazione in malga, insieme a una maggiore apertura verso chi arriva fin quassù. «Crediamo che la migliore ricetta per capire il nostro lavoro sia vederlo con i propri occhi. Non siamo una fattoria didattica. Ma ci piace incontrare le persone, e spiegare loro le nostre scelte». Questa relazione passa anche attraverso la piccola attività di ristorazione negli spazi esterni della malga. «Siamo contadine che offrono una cucina contadina. Gli ingredienti che serviamo sono il frutto del lavoro di tutto l’anno. Non mettiamo nel piatto cibi prodotti altrove».
«La montagna – conclude Anna - diventerà sempre più importante per l’allevamento. Per questioni climatiche e di disponibilità di risorse, alle quote più basse sarà sempre più difficile allevare. Chi la vive e ci lavora da anni dovrà in qualche modo farsene sentinella: i prati, l’acqua e gli altri elementi di questo ecosistema fanno sempre più gola. Dobbiamo ricordare che c’è malga e malga». Non è soltanto una questione terminologica. Le parole con cui nominiamo la montagna determinano anche ciò che scegliamo di riconoscere come parte di un sistema di relazioni costruito nel tempo, capace di mantenere in equilibrio attività umane e ambiente. Restituire alle parole la loro precisione significa scegliere con quali strumenti affrontare il futuro. Una sfida complessa in aree sottoposte a stress climatico e antropico e a un crescendo di interessi economici, energetici e politici che considerano la montagna come riserva di risorse da sfruttare, sottraendo progressivamente capacità di scelta e di governo alle comunità che le abitano.




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