Incontro con Graziella Marisa di Malga Zocchi
Articolo pubblicato su Il T Quotidiano del 12 settembre 2026

Malga Zocchi sotto la pioggia battente di un giorno di settembre è un’immagine plastica del mondo dell’alpeggio. Non ci sono turisti o escursionisti, le nuvole basse nascondono panorami da cartolina e cancellano le quote superiori. Solo il lavoro dei malghesi non si fa meno frenetico e il tintinnio dei campanacci è costante. In questi giorni, si è registrata la prima vera pioggia della stagione, al termine di un’estate difficile per la famiglia Iseppi, che dagli anni Settanta porta le vacche su questo pascolo. Siamo a poco meno di 1.700 metri di quota, in una valletta nel cuore del Pasubio. L’alpeggio pare letteralmente strappato al bosco: una radura di circa 80 ettari che si apre circondata da larici e altre conifere. La malga è a mezza costa, leggermente rialzata rispetto al fondo della conca. Un paesaggio costruito dalla secolare interazione tra l’uomo e la montagna. Solo quarant’anni fa, il percorso che oggi sale nel bosco dal parcheggio Al Sasso, trecento metri di dislivello più in basso, era immerso nei prati, gli alberi comparivano solo a chiudere le creste della montagna. Alcune ricerche hanno riportato alla luce documenti relativi alla contesa per questi luoghi tra Trambileno e Vallarsa già nel XV secolo. Stabilire a chi appartenessero prati, boschi e sorgenti significava decidere chi potesse utilizzare risorse fondamentali per l’economia delle comunità di montagna. Una vicenda che attraversa la storia e che ha lasciato tracce nell’assetto proprietario attuale: Malga Zocchi si trova nel comune di Trambileno, ma appartiene al vicino Comune di Vallarsa, che ne ha curato il restauro e la assegna in gestione.

Graziella Marisa e il figlio Raffaele Iseppi lavorano qui insieme ai collaboratori che ogni estate salgono in malga con le vacche. Il rumore del generatore ci ricorda, in sottofondo, che l’alpeggio è fatto anche di mancanze. Soprattutto di quelle risorse che altrove diamo per scontate, illimitate e irrinunciabili. Qui la corrente elettrica non arriva e, appena non serve più ad alimentare il caseificio e la cucina, il generatore viene spento. In una giornata di pioggia battente, diventa ancora più evidente il valore dell’acqua. I prati sono attraversati da piccoli impluvi e drenaggi, al centro della valletta c’è una raccolta d’acqua per le vacche, alimentata da alcune sorgenti più in alto, verso la Bocchetta di Foxi. Eppure è quasi asciutta. L’estate 2026 è stata calda e siccitosa: prati che seccano prima, meno erba disponibile, animali da spostare più spesso, meno latte. In breve, una stagione d’alpeggio più complicata. Ogni due giorni i gestori hanno dovuto scendere a valle per riempire le cisterne. Le conseguenze si sentono anche nelle altre attività che accompagna l’estate. Nei prati della vicina Vallarsa la famiglia Iseppi raccoglie il fieno che nutrirà le vacche da ottobre a maggio. Anche qui le rese saranno inferiori e forse appena sufficienti a evitare di dover acquistare fieno dalla pianura. Scarsità d’acqua significa averne meno a disposizione anche in cucina. Da diciassette stagioni Graziella propone accoglienza e ristorazione agrituristica per completare l’offerta dell’azienda. Così una porzione di gnocchi di fioretta servita in un piatto monouso finisce per raccontare le condizioni in cui si lavora in malga. E gli gnocchi raccontano anche qualcos’altro di questi luoghi. Siamo sulle montagne dei confini aspramente combattuti durante la Prima guerra mondiale, come ricordano i cimiteri militari lungo la strada che sale da Rovereto. La cultura rurale e contadina delle valli del Pasubio, invece, quei confini li attraversa. La ricetta degli gnocchi di fioretta è comune a tutte le valli del Pasubio. È una preparazione nata dalla necessità di non sprecare nulla. Quando la ricotta comincia ad affiorare, viene raccolta ancora fresca e unita alla farina per preparare piccoli gnocchi, poi cotti in acqua bollente. La stessa capacità di fare molto con poco si ritrova nel cosiddetto “musso”, un prodotto affumicato ottenuto dai frammenti di cagliata rimasti nella caldaia dopo la produzione del formaggio. Vengono raccolti e compattati in una sorta di pagnotta, poi salata e affumicata. Anche i maiali entrano in questo sistema di riutilizzo delle risorse: si nutrono del siero che rimane dalla lavorazione del latte.
Raffaele produce ogni giorno i prodotti tradizionali dell’alpeggio. Il nostrano è un formaggio semigrasso, ottenuto unendo il latte crudo della mungitura serale a quello del mattino. Lasciato stagionare era la dispensa per l’inverno, un formaggio nato per dare sapore a un piatto di polenta ma che oggi è in grado di raccontare, attraverso aromi e sapori, l’ecosistema dell’alpeggio.
Durante il resto dell’anno il latte prodotto dalla famiglia viene conferito, quello dei mesi estivi può essere lavorato direttamente in malga grazie alla lungimiranza degli allevatori di queste montagne che, quando aderirono alla SAV (Società Agricoltori Vallagarina), pretesero di poter continuare a trasformare autonomamente il latte prodotto durante l’alpeggio.
In questi giorni scocca l’ora di “scargar” la malga. Le vacche lasciano la Valle dei Zocchi e imboccano i sentieri storici verso il fondovalle: Cheserle, Malga Montesel, Pian del Levro, Forte Pozzacchio, Dosso, fino a Valmorbia e poi alla stalla in località Tezze. Un percorso che gli animali più vecchi conoscono ormai quasi da soli. Finisce così la stagione in quota e ricomincia quella a valle, mentre i prati di Malga Zocchi restano nuovamente vuoti fino all’estate successiva. Poi il ciclo potrà ricominciare, ma soltanto se continueremo a garantire le condizioni che permettono al sistema delle malghe di esistere.




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