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La chiusura dell'Osteria Sant'Anna

3 ore fa
Tempo di lettura: 5 min


Articolo pubblicato su Il T Quotidiano del 24 ottobre 2026.


Pensare che, arrivati a Sant’Anna, al termine del bosco, non ci sia più la luce accesa dell’osteria in fondo alla radura, amplifica quel senso di preoccupazione con cui, sempre più spesso negli ultimi anni, si guarda al futuro del Monte Bondone.

Quel luogo era un presidio, l’accoglienza di Daniela e del figlio Alessio permetteva di entrare in contatto con un’intera comunità che, durante tutto l’anno, si prende cura del territorio. Nel rapporto sempre più complesso tra la città, il fondovalle e la montagna, l’Osteria Sant’Anna rappresentava un luogo in cui queste diverse realtà potevano convergere. Invitava i cittadini a entrare in un ecosistema profondamente diverso da quello urbano, a incontrare chi vi abita e a conoscere le filiere locali del cibo.

Ai tanti momenti affollati e pieni di vita, al vociare nelle sale dell’osteria e alle corse nei prati d’estate, si contrapponevano inverni lunghi e faticosi, durante i quali portare gli avventori fin quassù non era affatto semplice. Il peso di un canone di affitto da sostenere anche nei lunghi periodi di attività ridotta, insieme alla necessità di interventi sulla struttura ormai non più procrastinabili, ha portato i gestori a cercare un punto d’intesa con il Comune di Trento per riequilibrare le condizioni del contratto, in essere dal 2015. Conciliare i tempi e le regole dell’ente pubblico con le esigenze di sostenibilità economica delle imprese private è spesso complesso, e in questo caso la richiesta non ha trovato accoglimento.

Il 27 settembre scorso Daniela e Alessio hanno portato a termine il loro ultimo servizio, circondati dall’affetto dei tanti ospiti che in questi anni hanno voluto ritrovarsi a Sant’Anna per una cena, per le originali prove menù condivise tra i commensali o per una giornata trascorsa nel prato.

La prima asta per ridare vita a questo luogo, pubblicata dal Comune di Trento in piena estate, è andata deserta. Colpiva, nel bando, la scelta di affidare l’assegnazione a un criterio esclusivamente economico, senza alcun riferimento alla qualità del progetto, al contesto territoriale in cui avrebbe dovuto inserirsi e alla storia che la gestione di Daniela e Alessio ha costruito.

L’Osteria Sant’Anna era infatti da anni l’unico locale del Comune di Trento segnalato nella Guida Osterie d’Italia edita da Slow Food. Una presenza solitaria e, per certi versi, significativa: il riconoscimento non riguardava un locale del centro cittadino, ma un’osteria situata nell’area montana del territorio comunale.

Questa vicenda ci richiama a riflettere sul ruolo della ristorazione in una città impegnata, tra le prime, nella definizione di una propria politica del cibo. È particolarmente importante farlo proprio mentre si sta elaborando il Piano strategico del cibo, uno strumento chiamato a orientare l’attività amministrativa, riconoscendo la dimensione trasversale dei sistemi alimentari e integrandola nel lavoro dei diversi uffici e assessorati comunali.

Una politica locale del cibo ha bisogno di luoghi come l’Osteria Sant’Anna, capaci di animare i sistemi alimentari del territorio e di mettere in relazione i piccoli produttori con la comunità. Attorno a queste esperienze si sviluppa una microeconomia che assume un rilievo anche culturale. Il menù diventa una mappa delle filiere che si intrecciano, dei luoghi in cui si produce cibo attraverso pratiche agroecologiche attente al territorio. Questa mappa prende vita nell’incontro con gli ospiti, attraverso il racconto dei prodotti, delle persone e dei saperi che vi stanno dietro. È così che un’osteria diventa anche un luogo di divulgazione e di conoscenza. A metterne in discussione la sopravvivenza contribuiscono la progressiva riduzione del potere d’acquisto, il cambiamento e l’omologazione dei gusti del tempo libero, insieme alla crescente difficoltà di rendere attrattivo il lavoro nella ristorazione.

 Sono trasformazioni che riguardano l’intero sistema alimentare e che chiamano direttamente in causa le politiche del cibo. Uno dei loro compiti è proprio quello di comprendere e provare a ridurre la distanza crescente tra le abitudini alimentari dei cittadini, condizionate dal reddito, dall’accesso alle informazioni e dalla disponibilità di tempo, e la necessità di costruire filiere più buone, pulite e giuste. Viviamo in un modello nel quale il valore del cibo viene percepito sempre più attraverso lenti quali l’inflazione e la pressione promozionale, e così il nostro rapporto con l’alimentazione tende a esaurirsi nella dimensione del consumo. In questo contesto le osterie sono esempi concreti di un paradigma diverso. Una funzione che assume ancora più valore nelle aree montane e in luoghi come il Bondone, al centro di un confronto tra differenti visioni della montagna, alle quali corrispondono diversi modelli economici e di sviluppo.

Il Piano del cibo dovrà servire anche a questo: a leggere i diversi ambiti della vita cittadina attraverso la prospettiva di un sistema alimentare buono, pulito e giusto, orientando di conseguenza le scelte amministrative. Gli uffici che si occupano degli aspetti patrimoniali e contabili dell’amministrazione devono essere consapevoli e informati che realtà come l’Osteria Sant’Anna generano benefici che non possono essere contabilizzati. Sono presidio territoriale, sostegno alle filiere locali, trasmissione di conoscenze, accesso a un cibo buono, pulito e giusto (spesso anche a un equo prezzo), cura di paesaggi e ambienti. Benefici che difficilmente trovano rappresentazione nei bilanci delle imprese o del Comune, ma che costituiscono un interesse pubblico ben più rilevante di poche centinaia di euro in più o in meno su un canone di locazione. I bandi, le concessioni e i criteri di assegnazione continuano a misurare queste realtà, al di là delle intenzioni e dei proclami, attraverso parametri economici standard, incapaci di riconoscere il valore che producono.

Il rischio è quindi che le politiche del cibo restino confinate alla dimensione progettuale e narrativa, senza tradursi in strumenti amministrativi coerenti e ordinari.

Se il Comune sceglie di dotarsi di una politica del cibo, anche la gestione di un’osteria di montagna deve rientrare in questa prospettiva. Altrimenti rischiamo di elaborare riflessioni sempre più articolate sui sistemi alimentari mentre scompaiono i luoghi nei quali quei principi trovano quotidianamente espressione.

Per Daniela e la sua famiglia, intanto, la chiusura dell’osteria sembra aprire una nuova stagione. I messaggi pubblicati sui social in occasione dell’ultimo servizio parlavano chiaro: «Si chiude una porta e si apre un portone». In questi mesi, mentre si concludeva l’esperienza di Sant’Anna, sono nati nuovi progetti che presto ci permetteranno di tornare ad assaggiare la cucina di Daniela e a ritrovare l’accoglienza di Alessio. Non si tratta quindi di difendere singole esperienze imprenditoriali, che anche di fronte alle difficoltà possono trovare nuove strade. Resta però un luogo, Sant’Anna, che ha perso un progetto capace di valorizzarlo e di mantenerlo vivo. La questione riguarda il sistema del cibo che vogliamo per il futuro della città e la capacità di prenderci cura dei luoghi che ne fanno parte.

 

 
 
 

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