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Ad un anno dell'avvio del percorso "Cibo, pace e solidarietà", un'analisi dei risultati e delle prospettive


Il 25 luglio 2025, in occasione della Pastasciutta antifascista organizzata a Trento, Slow Food Trentino Alto Adige ha avviato il percorso “Cibo, pace e solidarietà”. L’incontro aveva individuato tre ambiti di lavoro: l’accesso al cibo buono, pulito e giusto; l’uso del cibo come strumento di guerra; il rapporto tra crisi climatica, sistemi alimentari e migrazioni.


L’obiettivo era fare in modo che questi temi non fossero affrontati soltanto in occasione delle emergenze o di attività dedicate, dettate dalla cronaca, ma diventassero una componente strutturale e trasversale delle attività associative. Il documento iniziale prevedeva azioni concrete, incontri periodici, l’individuazione di referenti e una restituzione annuale intorno alla data del 25 luglio.


A un anno di distanza, il bilancio presenta risultati parziali, con alcuni limiti che devono essere riconosciuti. Il percorso non è riuscito a consolidarsi come progetto autonomo, dotato di un gruppo stabile di volontari e di una programmazione regolare. La ricezione da parte delle realtà territoriali ha trovato qualche riscontro ma non in modo organico e diffuso. L’adesione delle varie progettualità non è avvenuta, a parte l’impegno di qualche singolo rappresentante.

Molti dei suoi contenuti sono però entrati nelle iniziative, nelle collaborazioni, nella comunicazione e nei progetti ordinari dell’associazione. Il lavoro necessario affinché il percorso “Cibo, pace e solidarietà” diventi una cornice politica e culturale trasversale è ancora molto lungo e richiede un rinnovato impegno.

Proviamo a fare un punto sugli obiettivi che ci si era prefissati 12 mesi fa nel corso, ricordiamo, di tavoli partecipati di confronto.


Accesso al cibo e nuove fragilità

Sul tema della povertà alimentare, la riflessione avviata nel 2025 ha trovato continuità soprattutto nei nuovi percorsi dedicati alle food policy. I progetti in collaborazione con Living Lab – Station4Transformation, e Food Matters hanno posto al centro il rapporto tra accessibilità, qualità del cibo, servizi pubblici, mense, distribuzione e nuove forme di fragilità.

Il tema sarà sviluppato anche all’interno del progetto dedicato ai paesaggi del cibo, bando vinto a Rovereto legato a Station4Transformarion, attraverso contenuti sulle mense della Caritas e sulle reti che si occupano di recupero e distribuzione degli alimenti. Questo lavoro contribuisce alla costruzione del documento condiviso ipotizzato nel 2025, anche se non ha ancora prodotto una posizione organica e compiuta dell’associazione.

Un risultato concreto è rappresentato dalla collaborazione fra l’APS Il Gioco degli Specchi e i Cuochi dell’Alleanza di Slow Food Trentino. I laboratori rivolti alle partecipanti ai corsi di italiano hanno utilizzato la cucina come strumento di apprendimento linguistico, incontro e reciproca conoscenza. L’attività ha coinvolto anche donne con bambini piccoli, alle quali viene offerto un servizio di accudimento che consente loro di frequentare i corsi.

Slow Food è inoltre partner del progetto Nutrire Comunità, promosso dal Centro di Solidarietà a partire dall’esperienza dell’Emporio Solidale. Il progetto cerca di integrare aiuto alimentare, ascolto, accompagnamento e attivazione delle persone, superando per quanto possibile una risposta esclusivamente assistenziale. Anche in questo caso è previsto il coinvolgimento dei Cuochi dell’Alleanza.

È proseguito il rapporto con il Tavolo Nutrire Trento e con l’assessorato comunale competente, coinvolto anche nell’Assemblea nazionale di Slow Food Italia svoltasi a Trento il 18 e 19 luglio 2026. In Vallagarina, il lavoro su Living Lab e Food Matters ha contribuito ad avviare una riflessione territoriale sulle politiche locali del cibo.

Nel novembre 2025, durante la Dispensa dell’Alpe di Folgaria, è stato inoltre organizzato un Cesto sospeso per raccogliere prodotti destinati a Trentino Solidale e alle famiglie in difficoltà.

Non sono stati invece realizzati i percorsi di formazione per produttori e volontari dei mercati contadini, il rafforzamento sistematico degli orti sociali e dei mercati solidali e la verifica dell’applicabilità del progetto “La solidarietà va al mercato” al Mercato della Terra degli Altipiani Cimbri. Questi punti restano aperti.


Il cibo nei contesti di guerra

L’ambito nel quale sono state realizzate le azioni più immediatamente verificabili è quello del sostegno economico ai progetti attivi nei territori coinvolti dai conflitti.

Tra luglio e ottobre 2025 sono stati raccolti e donati complessivamente 2.010 euro. Di questi, 550 euro sono stati destinati al VIS – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo per il progetto “Palestina, una scuola per la libertà”. Altri 1.460 euro sono stati versati al Patriarcato Latino di Gerusalemme per le attività di sostegno alle comunità della Cisgiordania.

Le donazioni sono state raccolte durante la Pastasciutta antifascista, alcune tappe di Teatro in Malga, il Laboratorio del Gusto dedicato all’agricoltura di montagna sul Monte Bondone, la visita al Caseificio Turnario di Pejo, gli incontri dello spazio Slow Food Trentino a Cheese e una serata presso la biblioteca di Lavarone. La raccolta non è quindi rimasta confinata a un singolo evento, ma è stata inserita in attività differenti e in luoghi diversi del territorio.

Il tema del cibo legato ai conflitti è entrato anche in numerosi Laboratori del Gusto e incontri pubblici. È proseguita in particolare la collaborazione con la Comunità Slow Food dei produttori e co-produttori dello zafferano di Qa’en, attraverso degustazioni, incontri, prodotti realizzati insieme ai Cuochi dell’Alleanza e l’esposizione fotografica “Zafferano. La sua terra, la sua gente”, ospitata a Pergine Valsugana tra gennaio e febbraio 2026.

Nel giugno 2026, presso la Campana dei Caduti di Rovereto, è stato organizzato l’incontro “Costruire pace, una biblioteca alla volta” con Farzaneh Okhovat, dedicato al ruolo delle biblioteche, dell’istruzione e delle reti comunitarie nei villaggi rurali e nelle aree più fragili dell’Iran.

Nel corso dell’anno sono stati condivisi numerosi articoli e materiali legati al legame tra cibo e territori interessati dai conflitti. Alcune realtà territoriali, in particolare Slow Food Primiero, hanno aderito a manifestazioni e documenti pubblici.

 

È stato realizzato e utilizzato anche un segno grafico capace di affiancare il logo associativo e rendere riconoscibile l’impegno sui temi della pace.

Non si è invece riusciti a costruire una raccolta fondi condivisa e continuativa con tutte le associazioni territoriali. Anche il coinvolgimento sistematico dei produttori dei Presìdi, dei Cuochi dell’Alleanza e dei direttivi locali ha avuto riscontri inferiori alle attese.


Cibo, migrazioni e crisi climatica

Sul rapporto tra cibo e migrazioni, il risultato più riconoscibile è il progetto “Tavole migranti. Storie di cibo in movimento”, curato da Anzhela Filatova, studentessa dell’Università di Trento. La serie di interviste ha utilizzato il cibo come linguaggio per raccontare partenze, arrivi, trasformazioni delle abitudini e costruzione di relazioni tra territori differenti.

Il progetto nazionale Migrant Network, al quale si prevedeva di contribuire, non ha avuto lo sviluppo ipotizzato in quanto attualmente è fermo a livello nazionale. Slow Food Trentino Alto Adige ha quindi scelto di lavorare autonomamente, collegando il tema ai tirocini universitari e alla produzione di contenuti.

Una studentessa, Tabitha, ha sviluppato un progetto dedicato al Kenya, successivamente diventato oggetto della propria tesi. Altre due studentesse hanno avviato tirocini specificamente legati ai temi di cibo, pace e solidarietà. In questo modo la collaborazione con l’Università di Trento ha permesso di trasformare alcune delle domande emerse nel 2025 in percorsi di ricerca e restituzione pubblica.

Sono state assegnate anche due borse di studio per la Scuola di pastorizia di Calascio. Le borse non sono state attribuite a persone con esperienza migratoria, come inizialmente ipotizzato: l’azione è stata quindi realizzata solo parzialmente rispetto all’obiettivo originario.

Più in generale, non è ancora stato costruito un programma organico per coinvolgere persone e comunità migranti nelle attività quotidiane dell’associazione. Le esperienze realizzate sono importanti, ma rimangono legate a singoli progetti e collaborazioni.


Comunicazione, reti e partecipazione interna

Il documento e le riflessioni nate il 25 luglio 2025 sono stati condivisi anche fuori dal Trentino e diffusi da Slow Food Italia presso la propria rete. I temi sono stati ripresi nella newsletter, sul sito, sui social, attraverso interviste, dichiarazioni e segnalazioni di articoli e materiali di approfondimento.

Questo lavoro di comunicazione è stato svolto con continuità, ma con difficoltà e senza un vero calendario editoriale condiviso.

La maggiore criticità riguarda tuttavia la partecipazione interna. Gli incontri di aggiornamento sono stati proposti, ma non hanno prodotto una partecipazione significativa. Non sono emersi volontari disponibili ad assumere il ruolo di referenti del progetto e non è stato possibile mantenere la cadenza bimestrale prevista.


Una valutazione complessiva

Dopo un anno, si può affermare che il percorso ha prodotto risultati quando è riuscito a entrare nei progetti già attivi: i Laboratori del Gusto, le collaborazioni con i Cuochi dell’Alleanza, i tirocini universitari, gli eventi territoriali, i percorsi di food policy e la comunicazione associativa.

Ha incontrato invece maggiori difficoltà quando ha cercato di costituirsi come struttura autonoma, fondata su riunioni periodiche, nuovi referenti volontari e un programma aggiuntivo rispetto alle attività già numerose dell’associazione.

Questo dato non deve essere letto soltanto come una mancanza. Indica piuttosto la necessità di ridefinire il metodo. I temi di cibo, pace e solidarietà devono continuare a essere presenti, ma integrati nella programmazione ordinaria e affidati a obiettivi circoscritti, verificabili e compatibili con le risorse disponibili.

Per il prossimo periodo appare opportuno concentrare il lavoro su tre direzioni: consolidare le collaborazioni sui temi della povertà e delle food policy; proseguire la raccolta fondi con rendicontazioni pubbliche e trasparenti; sviluppare attraverso università, scuole e comunicazione le storie che intrecciano cibo, conflitti e migrazioni.

Il 25 luglio può restare la data della restituzione annuale, anche attraverso un documento pubblico come questo. L’organizzazione di un’iniziativa più ampia potrebbe invece assumere una cadenza biennale, evitando di trasformare l’appuntamento in un obbligo organizzativo e lasciando il tempo necessario per costruire contenuti, relazioni e risultati concreti.

Il percorso avviato nel 2025 non ha realizzato tutte le azioni previste. Ha però contribuito a modificare il modo in cui Slow Food Trentino legge e presenta il proprio lavoro: il cibo non soltanto come prodotto e patrimonio di biodiversità, ma come diritto, strumento di relazione, terreno di conflitto e possibilità concreta di solidarietà.

Per continuare a dare un senso al percorso “Cibo, pace e solidarietà” lanciamo un appello ai soci attivi, ai direttivi territoriali, ai produttori, ai Cuochi dell’Alleanza e a tutte le persone che partecipano alla rete Slow Food: proviamo a dedicare maggiore attenzione alle relazioni tra cibo, povertà, conflitti, migrazioni e crisi climatica, portandole nelle iniziative, nei progetti e nei momenti di confronto già esistenti.

Non è necessario che ciascun territorio costruisca nuovi progetti o assuma nuovi impegni. Può essere sufficiente proporre una riflessione, segnalare un’esperienza, suggerire una collaborazione o contribuire alla costruzione di un’azione comune. Il Consiglio direttivo regionale conferma la propria disponibilità ad approfondire questi temi insieme alle associazioni territoriali e ai soci interessati, mettendo a disposizione materiali, contatti e occasioni di confronto e accompagnando, per quanto possibile, la progettazione delle iniziative.

L’invito è anche a far emergere competenze, sensibilità ed esperienze già presenti nella nostra rete. Il percorso potrà proseguire soltanto se sarà percepito non come un’attività aggiuntiva affidata a poche persone, ma come una responsabilità condivisa e una dimensione coerente con il lavoro di Slow Food sui sistemi alimentari.

 

CHE COSA È CAMBIATO IN UN ANNO

Quando, il 25 luglio 2025, è stato avviato il percorso “Cibo, pace e solidarietà”, i tre tavoli avevano individuato questioni già evidenti: la crescente difficoltà di accedere a un cibo adeguato, l’impiego della fame nei conflitti e il legame tra crisi climatica, perdita dei mezzi di sussistenza e migrazioni. Nei dodici mesi successivi questi fenomeni non si sono soltanto aggravati: sono apparsi più strutturali, più intrecciati tra loro e meno riconducibili a situazioni eccezionali.


Povertà alimentare: il quadro trentino

Nel luglio 2025 la discussione si concentrava soprattutto sulla contraddizione tra il costo del cibo per le famiglie e la necessità di assicurare un reddito giusto a chi lo produce. Si parlava di spreco, recupero delle eccedenze, mercati contadini e del rischio di confinare le persone più fragili in una risposta assistenziale. Nell’ultimo anno, i dati resi disponibili hanno mostrato con maggiore chiarezza che, anche in Trentino, non siamo di fronte a una difficoltà temporanea o limitata a gruppi facilmente identificabili.

Il Rapporto della Caritas trentina pubblicato nel novembre 2025 stima in circa 60.000 le persone e oltre 25.000 le famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale. Nel 2024 la quota delle famiglie trentine caratterizzate da un’intensità lavorativa molto bassa è più che raddoppiata, passando dal 3,6 al 7,3%. I Centri di ascolto hanno seguito 2.476 nuclei familiari, dei quali 1.020 si rivolgevano alla rete Caritas per la prima volta.

Il cambiamento più rilevante è quindi nello sguardo: la povertà alimentare non riguarda soltanto chi non dispone materialmente di cibo, ma famiglie con lavori intermittenti, redditi insufficienti, affitti elevati, problemi di salute e ridotta possibilità di scegliere cosa mangiare. Il Rapporto nazionale Caritas del giugno 2026 parla, non a caso, di una povertà che perde il carattere dell’eccezione e assume quello di una “normalità strutturale”. Rispetto a un anno fa, emerge con maggiore evidenza che educazione alimentare e recupero delle eccedenze sono utili, ma non possono sostituire politiche sui redditi, sull’abitare, sul lavoro, sui servizi e sugli acquisti pubblici.


Il cibo come strumento di guerra

Nel documento del luglio 2025 Gaza rappresentava già l’esempio più drammatico dell’uso del cibo come strumento di guerra: blocco degli aiuti, popolazione costretta a esporsi al pericolo per procurarsi alimenti e distruzione delle condizioni della vita quotidiana. Nel corso dell’anno quella denuncia ha ricevuto una conferma ancora più grave. Nell’agosto 2025 è stata ufficialmente riconosciuta per la prima volta una condizione di carestia in Medio Oriente, in alcune aree della Striscia di Gaza. Le analisi hanno collegato la fame non soltanto alla scarsità delle derrate, ma alle restrizioni degli aiuti, agli sfollamenti ripetuti e al collasso dell’agricoltura, della pesca, dei mercati, dell’acqua e dei servizi sanitari.

Il Rapporto globale sulle crisi alimentari del 2026 ha poi registrato un passaggio senza precedenti nei suoi dieci anni di pubblicazione: nel 2025 sono state accertate contemporaneamente carestie in parti di Gaza e del Sudan, mentre il rischio rimane presente nel 2026 anche in Sudan e Sud Sudan. Rispetto alla riflessione di un anno fa, il concetto di “cibo come arma” appare quindi ancora meno metaforico. Non riguarda soltanto il blocco di un convoglio, ma la compromissione sistematica della possibilità di coltivare, allevare, pescare, commerciare e ricevere assistenza.


Crisi climatica, cibo e migrazioni

Nel luglio 2025 il ragionamento guardava soprattutto alle proiezioni verso il 2050 e alle popolazioni che avrebbero potuto essere costrette a lasciare territori resi inospitali. L’evoluzione dell’ultimo anno invita invece a parlare del fenomeno come di una realtà già presente, ma anche a evitare una lettura troppo lineare secondo la quale il clima provocherebbe automaticamente migrazioni internazionali.

Alla fine del 2025, le persone che vivevano in condizioni di sfollamento interno nel mondo erano circa 82,2 milioni, un livello prossimo ai massimi storici. Il dato comprende conflitti e disastri e non può quindi essere attribuito interamente alla crisi climatica; mostra però come guerre, eventi estremi, perdita delle abitazioni e crisi dei mezzi di sussistenza agiscano sempre più spesso insieme. Nei Paesi interessati da crisi alimentari, oltre 85 milioni di persone risultavano forzatamente sfollate e presentavano livelli di insicurezza alimentare generalmente superiori a quelli delle comunità ospitanti.

Rispetto a un anno fa, si è quindi rafforzata una lettura più complessa: siccità, alluvioni e temperature estreme riducono i raccolti e il reddito rurale, ma gli spostamenti dipendono anche da conflitti, prezzi, accesso alla terra, servizi, politiche pubbliche e possibilità di adattamento. Le migrazioni sono soprattutto interne e spesso dirette verso le città. La questione non consiste soltanto nel prevedere quanti “migranti climatici” arriveranno, ma nel comprendere quali sistemi alimentari, territori rurali e comunità urbane saranno in grado di garantire condizioni di vita dignitose.

A un anno di distanza, i tre ambiti risultano dunque ancora più strettamente connessi: il conflitto produce fame e sfollamento; la crisi climatica indebolisce l’agricoltura e accresce le fragilità; povertà e disuguaglianze determinano chi può adattarsi, spostarsi o accedere a un’alimentazione adeguata. È questo intreccio, più ancora dell’aggravamento dei singoli fenomeni, il principale elemento emerso negli ultimi dodici mesi.



LA RASSEGNA STAMPA

Gli articoli condivisi nel corso dell’anno hanno progressivamente ampliato la riflessione sul cibo come strumento di guerra. La fame non emerge come una conseguenza inevitabile e secondaria dei conflitti, ma come il risultato del controllo delle risorse, della distruzione delle infrastrutture e dell’impedimento all’ingresso degli aiuti. A Gaza, anche dopo l’attenuazione formale della carestia, le restrizioni hanno continuato a rendere insufficienti e irregolari le forniture alimentari; in Sudan, la difficoltà di documentare ciò che accade contribuisce a rendere invisibili fame e malnutrizione; l’analisi più generale del rapporto tra guerra e cibo mostra inoltre come tanto la scarsità quanto il controllo dell’abbondanza possano diventare strumenti politici e militari (22 novembre 2025, Guerra e fame, Cibò; 20 dicembre 2025, Troppi aiuti bloccati: carestia allontanata, ma la fame c’è ancora, il manifesto; 13 giugno 2026, A Gaza non è cambiato niente: la fame è ancora usata come un’arma, il manifesto; 17 ottobre 2025, Fotografare la fame in Sudan. «Bisogna essere nei luoghi dove nessuno vuole guardare», Domani).

La guerra investe però l’intero sistema alimentare, compromettendo la capacità delle popolazioni di produrre autonomamente il proprio cibo. A Gaza sono stati distrutti campi, serre e produzioni storiche, come quella delle fragole; in Cisgiordania la confisca delle terre, lo sradicamento degli ulivi, gli attacchi ai vivai e le limitazioni alla pastorizia concorrono a indebolire l’economia rurale e a spingere le comunità ad abbandonare i territori. L’agricoltura diventa così uno dei terreni centrali del conflitto: distruggere sementi, alberi, animali, attrezzature e conoscenze significa colpire insieme il sostentamento presente e la possibilità di ricostruire un futuro (28 settembre 2025, Ecocidio, più subdolo quanto efficace: come il genocidio distrugge anche l’agricoltura palestinese, Dissapore; 18 febbraio 2026, Addio monte Tammun. «È la nostra terra. Dove andiamo, sulla luna?», il manifesto; 22 marzo 2026, Gaza non ha più terra per crescere le sue fragole, il manifesto; 5 luglio 2026, Terre confiscate, ulivi sradicati: la Cisgiordania resiste all’agricidio, dal basso, il manifesto; 25 luglio 2026, Scontri con i coloni a Tell. Netanyahu: «Terrorismo», il manifesto).

Un altro elemento ricorrente è la relazione inscindibile tra cibo, acqua ed energia. La distruzione delle reti idriche e la mancanza di carburante impediscono a Gaza di desalinizzare e trasportare l’acqua, mentre la mancata riattivazione della centrale elettrica limita il funzionamento degli ospedali, degli impianti di filtraggio e dei servizi essenziali. Anche in Libano il danneggiamento di falde, condutture e infrastrutture mostra come l’acqua possa diventare parte integrante del conflitto. Su una scala più ampia, le crisi negli stretti di Hormuz e Bab al-Mandeb incidono non soltanto sul petrolio, ma anche sul trasporto di grano, fertilizzanti e altre merci indispensabili, trasferendo i costi della guerra sui Paesi e sulle fasce sociali più fragili (8 febbraio 2026, «C’è solo acqua salata», come le lacrime di Gaza, il manifesto; 21 febbraio 2026, Gaza può risvegliare la centrale elettrica, Israele la tiene spenta, il manifesto; 5 marzo 2026, Il blocco di Hormuz, un rischio alimentare, il manifesto; 14 giugno 2026, L’acqua come arma del conflitto. Il Libano rischia di morire di sete, Domani; 24 luglio 2026, Brent già oltre i 100 dollari, il Mar Rosso moltiplica la crisi, il manifesto).

Gli approfondimenti hanno inoltre collegato questi fenomeni alle disuguaglianze ambientali e alle responsabilità dei sistemi economici globali. Nelle periferie francesi, le persone con minori risorse risultano maggiormente esposte al caldo, all’inquinamento e alla carenza di spazi verdi; in Messico, la produzione intensiva di avocado e piccoli frutti destinati ai mercati occidentali comporta sottrazione dell’acqua, trasformazione dei boschi, perdita della pesca e violenze contro le comunità indigene. Anche un alimento presentato come sano e sostenibile può quindi incorporare costi ambientali e sociali trasferiti altrove (8 ottobre 2025, Le vie della coscienza ambientale. A lezione di clima nelle banlieue, Domani; 6 gennaio 2026, Violence, death and stolen land: people need to know the true cost of an avocado, The Guardian).

Accanto alla distruzione, gli articoli hanno raccontato il cibo come forma di resistenza, memoria e ricostruzione. Ripiantare ulivi, conservare sementi, mantenere attive cucine comunitarie, sostenere le filiere locali e continuare a preparare e raccontare ricette significa difendere la presenza di una comunità sul proprio territorio. Lo za’atar, l’olio, i datteri e i piatti palestinesi non sono soltanto alimenti, ma strumenti attraverso cui trasmettere identità e conoscenze e opporsi alla cancellazione culturale. Questa capacità di iniziativa si confronta però con interessi economici che cercano di trasformare in occasioni di profitto la gestione degli aiuti, la fame e la futura ricostruzione (9 ottobre 2025, Ripartire dal cibo, testimonianze dalla Cisgiordania, il manifesto; 28 novembre 2025, Fidaa Abuhamdiya, mescolando gli ingredienti della nostra resistenza, il manifesto; 18 dicembre 2025, La corsa a far soldi su fame e rovine dei gazawi, il manifesto).

Nel loro insieme, questi contributi mostrano che parlare di pace attraverso il cibo significa occuparsi contemporaneamente del diritto a nutrirsi, dell’accesso alla terra e all’acqua, della possibilità di produrre, della protezione degli ecosistemi e della libertà delle comunità di conservare e trasformare la propria cultura alimentare.

 
 
 

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