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A Trento l’Assemblea Slow Food Italia



L’Assemblea di Slow Food Italia ospitata a Trento lo scorso weekend si è aperta con un commosso ricordo di Carlo Petrini e del suo legame con l’Università trentina, frequentata per tre anni accademici dal 1968 al 1971.


Marta Villa, antropologa presso il Dipartimento di Sociologia e vicepresidente di Slow Food Trentino, in collaborazione con gli archivisti Thomas Camilleri e Marcello Prada, ha recuperato il fascicolo del percorso seguito dal fondatore di Slow Food presso l'allora Istituto Superiore di Scienze Sociali dell'Università di Trento. Una testimonianza del ruolo pionieristico che Sociologia ha svolto nella democratizzazione dell'accesso all'istruzione universitaria italiana. Carlo Petrini, infatti, si iscrive all’Università con un diploma da perito meccanico. In un sistema universitario che, all'epoca, limitava l'accesso a molte facoltà ai soli diplomati dei licei, la possibilità offerta dall'Istituto Superiore di Scienze Sociali poi Facoltà di Sociologia, di accogliere studenti provenienti anche dagli istituti tecnici costituiva una scelta profondamente innovativa e inclusiva. Anche per ricordare questa vocazione, i lavori assembleari si sono aperti con il saluto del Magnifico Rettore Flavio Deflorian. «È per l’Università di Trento – ha affermato Deflorian - un vero piacere ospitare, presso il nostro Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale, l'Assemblea Nazionale di Slow Food. Per il nostro Ateneo questa è un’importante occasione di confronto istituzionale, che unisce la transizione ecologica a una visione internazionale, capace di generare un impatto concreto sul territorio. Al centro di questa sinergia c'è una forte visione comune: la promozione della sostenibilità, del rispetto dell'ambiente e delle specificità di ogni comunità, attraverso la cura del cibo, ma anche la ricerca. ​Questo appuntamento assume un significato profondo nel ricordo di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, che ha vissuto questi spazi come studente. La sua traiettoria culturale ha radici anche a Trento. Quell’esperienza incise sulla sua formazione, contribuendo a costruire una visione complessa della società, orientata alla sostenibilità. Accogliere questa Assemblea significa per noi rinnovare quella storica vocazione all'inclusione, valorizzando la ricerca per guidare una transizione condivisa». Dagli archivi è emerso che Carlo Petrini, che raggiungeva Trento dalla sua Bra solo per sostenere gli esami, era nelle aule di Sociologia proprio 57 anni fa, il 18 e il 19 luglio a sostenere l’esame di diritto privato e di istituzioni di sociologia, con Francesco Alberoni. Una coincidenza, rievocata da Marta Villa nella sua introduzione, che ha suscitato commozione: «La storia universitaria di Carlo Petrini costituisce un esempio concreto della missione che ha caratterizzato fin dalle origini Sociologia a Trento: rendere l'università accessibile anche a chi, provenendo da percorsi non liceali, avrebbe altrimenti incontrato ostacoli insormontabili nell'accesso agli studi superiori. La sua vicenda può essere dimostrazione di come l'innovazione istituzionale promossa dall'Università di Trento abbia prodotto effetti che sono andati ben oltre l'ambito accademico, contribuendo alla formazione di cittadini e intellettuali capaci di incidere sul dibattito pubblico e sulla società».  La vita di Carlo Petrini, fino alla sua scomparsa il 21 maggio scorso, è stata interamente dedicata all’idea del cibo come strumento per costruire una società più giusta. Dalla fondazione di Slow Food nel 1986 alla nascita di Terra Madre e dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, il suo percorso è stato segnato dall’incontro con migliaia di comunità in tutto il mondo e dalla capacità di generare progetti che oggi coinvolgono milioni di attivisti in 150 Paesi.

 

Il benvenuto istituzionale ha poi coinvolto l’Assessore alla transizione ecologica e digitale, Andreas Fernandez, che ha ribadito l’impegno del Comune di Trento nel campo delle politiche locali del cibo, tema centrale nelle riflessioni di Slow Food.

 

Tommaso Martini, Presidente di Slow Food Trentino Alto Adige, ha accolto i delegati provenienti da tutta Italia sottolineando il valore della scelta del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale come sede dell’Assemblea: un luogo capace di testimoniare come il futuro dei sistemi del cibo si costruisca attraverso il dialogo tra ricerca, istituzioni e società civile. «I luoghi della conoscenza e quelli dell’impegno civile non sono mondi separati. Si alimentano reciprocamente».

 

Nel suo discorso di apertura, la Presidente di Slow Food Italia Barbara Nappini è ripartita proprio da questa relazione tra conoscenza e cambiamento, ponendo al centro le iniquità che attraversano il modello dominante di produzione, distribuzione e consumo del cibo. Ha richiamato i drammi del caporalato, sempre più presenti nelle cronache quotidiane, come il segnale di un sistema che grida per una trasformazione profonda. Barbara Nappini ha poi introdotto l’edizione 2026 di Terra Madre, che a settembre riunirà a Torino le comunità del cibo di tutto il mondo. «Il tema di quest'anno è "Biodiversity - Be Diversity": un invito al rispetto della biodiversità e della diversità, un'esortazione che non significa soltanto tutelare, ma anche incarnare questi valori nella vita quotidiana e nelle istituzioni. Siamo diversi, siamo diversità, ma dobbiamo anche combattere ogni forma di semplificazione che riduce questa ricchezza. Parliamo di biodiversità, di sicurezza alimentare, di giustizia e di inclusione».

 

Tra i numerosi temi affrontati, è stata presentata la nuova strategia nazionale dell’associazione dedicata alle Terre Alte. I vice presidenti di Slow Food Italia Federico Varazi e Alessandra Telch hanno sottolineato la necessità di mettere a sistema la moltitudine di iniziative, locali e nazionali, che negli anni si sono sviluppate attorno ai territori montani: dai Presìdi Slow Food (ben 130 dei quali legati agli ecosistemi montani) alle reti tematiche (in primis quella dedicata ai castanicoltori), dai progetti Slow Food Travel ai percorsi di formazione, come la scuola di pastorizia estensiva di Calascio e il Campus sulla castanicoltura di Piteglio. Un insieme di esperienze a cui si aggiungono gli eventi internazionali e le proposte nate direttamente dai territori.

Tra queste sono state ricordate anche le numerose azioni promosse da Slow Food Trentino. Il Laboratorio del Gusto dedicato all’agricoltura di montagna ha portato centinaia di persone ad avvicinarsi ai temi delle filiere agricole delle Terre Alte, approfondendone le connessioni con le comunità locali. Il progetto Montagna 2050 ha invece dato voce a queste comunità, creando occasioni di ascolto e confronto su temi e proposte concrete per il futuro dei territori.

È stato inoltre presentato il percorso “Territori di vita”, dedicato ad approfondire la conoscenza delle forme di autogoverno e dei sistemi di proprietà collettiva nella gestione responsabile delle risorse, che tra gli strumenti predisposti prevede proprio il corso di Antropologia Culturale dei Domini Collettivi e dei Territori di Vita, con docenza di Marta Villa, presso il Dipartimento di Sociologia.  “Formài Hunter”, infine, è il programma di formazione rivolto a cuochi, operatori della ristorazione e dell’accoglienza, nato per far conoscere il mondo dei formaggi e comprendere la complessità del tema del latte crudo, elemento centrale per preservare filiere casearie di qualità nelle nostre montagne, tema approfondito nel corso dell’assemblea attraverso l’intervento di Giampaolo Gaiarin.

 

Una strategia corale dedicata alla montagna permetterà di essere ancora più incisivi nell’attività di ricerca e studio, divulgazione e supporto, mettendo al centro i sistemi locali del cibo che spesso passano in secondo piano quando si affrontano i temi più attuali legati alle Terre Alte. Slow Food da 40 anni ne comprende il profondo significato. Le attività agropastorali condotte in equilibrio con gli ecosistemi danno un senso a ciò che avviene in questi territori e alle scelte di chi vi rimane ad abitare o vi giunge per nuove prospettive di vita. Un approccio che è un antidoto all’attribuzione di significati attribuiti dall’esterno, elaborati dalla città e dalla pianura a proprio uso e consumo, con l’obiettivo di sottrarre alla montagna le sue risorse, limitandone le possibilità di autogoverno e cercando di affermare una narrazione e un immaginario distanti dalla complessità e dalla ricchezza delle realtà locali.

 
 
 

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