Antropologia Culturale dei Domini Collettivi e dei Territori di Vita
- SlowFoodAltoAdigeSüdtirol
- 7 lug
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Articolo pubblicato su il T quotidiano del 5 giugno e del 3 luglio 2026

Si è conclusa giovedì 28 maggio la seconda annualità del corso di Antropologia Culturale dei Domini Collettivi e dei Territori di Vita, che Slow Food Trentino ha sostenuto presso il Dipartimento di sociologia e ricerca sociale dell’Università di Trento. Un percorso che ha tessuto numerose relazioni tra i sistemi del cibo buono, pulito e giusto e i Domini Collettivi, individuando molteplici ambiti di azione comune. L’impegno di Slow Food è rivolto, tra i tanti obiettivi, a salvare le filiere e le comunità del cibo che rischiano di scomparire. Ciò nonostante i fondamentali servizi ecosistemici che svolgono e le inestimabili esternalità positive che generano, che vanno dalla tutela della biodiversità alla trasmissione dei saperi. Per tutelare queste realtà, e con esse i benefici di cui tutti godiamo, è necessario guardare ad altri modelli economici e di governance rispetto a quelli del mercato. I Domini Collettivi, in questo senso, sono una fonte importante di esempi e ispirazione, con la loro capacità di rigenerare risorse, costruire equilibri, pensare al futuro senza conflittualità con le esigenze del presente. Vi è poi un altro aspetto di affinità, solo apparentemente meno connesso al sistema alimentare. La transizione culturale più necessaria nei sistemi del cibo è quella che ci porta a considerarci non più consumatori ma cittadini. Non si sostengono le filiere del cibo buono, pulito e giusto solo con il portafoglio, ma facendosi parte attiva nel conoscerne aspirazioni e necessità, facendosi opinione pubblica e ragionando in termini di advocacy. Allo stesso modo, nei Domini Collettivi, la gestione del patrimonio agro-silvo-pastorale non si basa sulla logica dell’utilizzatore che estrae una risorsa, ma sulla partecipazione condivisa alla sua cura e amministrazione. In entrambi i casi emerge un’idea di comunità fondata sulla corresponsabilità e sulla partecipazione attiva, superando il paradigma che vede l’individuo ridotto a consumatore, nel primo caso, ed elettore, nel secondo.

Proprio a partire da queste due considerazioni è interessante ripercorrere gli elaborati di dei partecipanti al corso condotto dall’antropologa Marta Villa. Oggi approfondiamo le ricerche di Sveva Soldera e Viola Ducati mentre nel prossimo appuntamento con la rubrica Terra Madre di Slow Food presenteremo quelle di Marta Nadalin e di Sandra Matuella.
Sveva Soldera ha presentano una ricerca etnografica sul senso di comunità in Val di Pejo, basata sulle quattro componenti proposte dalla psicologa sociale Terri Mannarini: sentimento di appartenenza, influenza reciproca, soddisfacimento di bisogni e connessione emotiva condivisa. Fattori che contribuiscono a creare occasioni di partecipazione, e quindi di azione e di comunicazione, delle istanze a livello politico istituzionale. La ricerca, che è la fase preliminare di uno studio più ampio, ha rilevato il ruolo centrale della gestione collettiva delle risorse del territorio nel generare coesione sociale, reciprocità e permanenza nei territori montani. A maggior ragione se è possibile misurarne l’efficacia e l’azione concreta, anche dal punto di vista economico. La capacità di costruire dei circuiti di valore attorno alle risorse territoriali è la chiave per poter percepire i Domini Collettivi quali infrastrutture vive e non solo come eredità storiche anacronistiche. Un altro punto chiave emerso dalla ricerca riguarda il ruolo della partecipazione giovanile. Nella valle è ancora piuttosto limitata, soprattutto nei contesti in cui i giovani assumono ruoli di responsabilità e guida. Vedere i risultati concreti delle proprie azioni e riappropriarsi di un ruolo di potere sul proprio territorio è fondamentale perché i giovani possano restare. Soprattutto quando viene riconosciuto il loro valore professionale, i titoli di studio e le competenze specifiche.

La ricerca di Viola Ducati ha avuto come focus l’acqua, partendo dalla definizione, già di per sé estrattivista, che descrive le Alpi come torri d’acqua d’Europa. Una riserva che va oggi considerata alla luce della crisi climatica e del fatto che l’arco alpino rappresenta uno degli hotspot del riscaldamento globale. Viola Ducati il concetto di transizione idrica che dovrebbe accompagnare le riflessioni sulla transizione ecologica ed energetica. Una conversione che riguarda l’adattamento ai cambiamenti ma anche scenari di democrazia e governance idrica. In questa prospettiva acquistano particolare significato i progetti di nuovi bacini artificiali previsti in diverse aree alpine, come quelli proposti sul Monte Bondone o nella faggeta di Caldaro, destinati principalmente al turismo sciistico e all’agricoltura intensiva. Il quadro che emerge è quello di una crescente centralità dell’acqua nei conflitti territoriali contemporanei. Il caso studio analizzato riguarda la sorgente di Centonia, in Val Meledrio, e la vicenda che coinvolge l’ASUC di Deggiano, in Val di Sole. La fonte, situata nei pressi di Malga Centonia, è una delle più importanti dell’intero massiccio del Brenta. Oggi alimenta un acquedotto che serve i comuni di Terzolas, Caldes, Dimaro Folgarida e Malè. Il territorio su cui insiste la sorgente è però gravato da uso civico e l’ASUC, ricostituita nel 2017, rivendica il diritto di partecipare alle decisioni che riguardano la gestione di questa risorsa.
La ricerca ha evidenziato come il conflitto non riguardi tanto la proprietà dell’acqua quanto il riconoscimento di differenti modi di concepirla: come bene destinato agli usi potabili, come fattore produttivo per la generazione di energia e di reddito, oppure come elemento costitutivo dell’identità di un territorio e delle comunità che lo abitano. Attraverso gli strumenti dell’antropologia applicata pubblica, Viola Ducati ha raccolto le voci dei diversi attori coinvolti nella controversia, cercando di comprendere non solo le posizioni in campo, ma anche i linguaggi con cui esse vengono espresse. Rimane così aperta una domanda centrale: l’acqua è soltanto una risorsa da amministrare o rappresenta una componente essenziale di un territorio di vita, capace di definirne identità, relazioni e prospettive future?

Sandra Matuella ha concentrato la propria attenzione sull’abitato di Serso, fino al 1928 comune autonomo, poi frazione di Pergine Valsugana. L’ASUC locale gestisce circa 120 ettari di bosco. Tra le sue proprietà non vi sono pascoli o malghe, si occupa quindi del legnatico e della cura di strade e parchi. Al di là dell’operatività diretta nell’amministrazione delle risorse, il dominio collettivo di Serso rappresenta un importante stimolo di coesione sociale, partecipando a un’intensa attività di aggregazione insieme alle altre realtà del paese, come il Gruppo Alpini e l’associazione La Scaletta. L’ASUC non si pone dunque solo come istituzione e strumento di gestione, ma come parte attiva della vita della comunità. Questo ruolo emerge anche dal fatto che l’ASUC è componente del Comitato di gestione della scuola materna, in qualità di socio fondatore. La scuola nasceva originariamente come scuola elementare, in un edificio messo gratuitamente a disposizione dall’ASUC, dove nel 1956 arrivò come insegnante il maestro e noto archeologo Renato Perini (1924-2007).
I suoi anni di insegnamento a Serso sono stati oggetto di studio da parte di Marta Villa, che ne ha evidenziato la capacità di portare nelle attività con i suoi scolari una pedagogia nuova, una didattica capace di mettere al centro ragazze e ragazzi. Perini fece di questa piccola scuola di paese un laboratorio: la pluriclasse veniva spesso condotta sul territorio, con uscite per raccogliere dati, testimonianze e osservazioni, poi rielaborate dagli studenti lasciando spazio al loro talento e alla loro capacità di esprimersi. Archeologo di formazione, coinvolse gli studenti nelle attività di scavo ai Montesei di Serso, importante luogo archeologico della Cultura Fritzens-Sanzeno da lui scoperto. Questa capacità di rendere protagoniste le persone, soprattutto le giovani generazioni, e di analizzare i luoghi di domini collettivo con attenzione scientifica e, al tempo stesso, con passione e affetto, traccia una linea diretta con il ruolo svolto oggi dall’ASUC: non solo gestione di beni, ma cura di una comunità e del suo rapporto vivo con il territorio.

L’elaborato di Marta Nadalin ha spostato l’ambito di ricerca al di fuori del contesto trentino, occupandosi di storie e pratiche di alcuni domini collettivi friulani. L’assunto centrale dell’intervento di Nadalin è che un territorio non sia semplicemente una superficie o uno spazio fisico. È invece un fenomeno vivente e relazionale, che prende forma attraverso le azioni ripetute di una comunità, nella continua dialettica tra cittadini, ambiente, memoria e futuro. Le proprietà collettive mostrano in modo chiaro questa dinamica. Generazioni diverse si sono susseguite nell’abitare la propria terra, ma anche nel curarla e inevitabilmente trasformarla. Anche quando la gestione collettiva si è interrotta, questa impronta non è scomparsa del tutto, può riemergere e riattivarsi. Le pratiche territoriali possono essere attività concrete, come la cura del bosco o della terra, ma anche pratiche di mappatura, narrazione, comportamento e memoria. Sono gesti che si ripetono, ma non restano mai identici: cambiano con il presente, si adattano, si trasformano. In questo senso il territorio ha un ritmo. Non è fermo, non si può congelare: viene continuamente creato, riprodotto, modificato. Le pratiche tengono insieme passato, presente e futuro, perché permettono alle comunità di riconoscersi in ciò che hanno ricevuto e di immaginare ciò che consegneranno alle generazioni future. Una comunità si afferma nel territorio non solo dichiarando un diritto, ma continuando a praticarlo, custodirlo, raccontarlo e trasformarlo, assumendosi la responsabilità di dargli continuità. Queste dinamiche sono state indagate attraverso diversi casi studio. Il primo ha riguardato la Comunità di San Marco, una frazione del comune di Mereto di Tomba, in provincia di Udine, costituita in dominio collettivo nel 2012. Lo statuto che ne detta le regole è frutto di un percorso di scrittura partecipato e condiviso nel quale sono emerse alcune peculiarità. Tra queste, una particolare attenzione ai bambini, concretizzatasi nella costituzione di un Comitato dei bambini. Altrettanto centrale è l’agricoltura, ambito sul quale si è innestato il progetto di filiera legato alla produzione del pane “Farina del Friuli di Mezzo” e, nel 2016, la Cooperativa Distretto di Economia Solidale Friuli di Mezzo. Una cooperativa sociale agricola che ha riunito gli agricoltori aderenti al progetto, arrivando alla costruzione di un mulino e alla realizzazione di un ciclo chiuso di filiera. I campi San Marco sono cinque ettari di terreni collettivi, lavorati in modo volontario dagli abitanti che si dividono il pane che ne deriva. Nello statuto del dominio collettivo si afferma chiaramente che lo scopo di questo progetto è il recupero della sovranità alimentare.
Altro esempio interessante è quello di Collina, che si è costituita in Consorzio privato nel 1806 per meglio gestire il proprio patrimonio collettivo. Questa esperienza mostra il ruolo che i domini collettivi possono avere nella custodia della biodiversità, grazie all’impegno per la salvaguardia del Cappuccio di Collina, Presidio Slow Food, coltivato tra i 1.100 e i 1.300 metri ai piedi del Monte Cogliàns, la cima più alta delle Alpi Carniche. Si tratta di una coltura antica, tramandata attraverso i semi di generazione in generazione, un tempo fondamentale per l’alimentazione e l’economia locale. Negli ultimi decenni era quasi scomparsa per lo spopolamento della montagna, ma una famiglia ne ha conservato le sementi e poi alcuni giovani hanno raccolto questa eredità fondando la cooperativa Mont. Oggi la coltivazione continua, l’ex latteria è stata recuperata per la trasformazione e la Festa dei Cavoli nostri è diventata un momento di aggregazione per il paese. Ancora una volta attorno a una pratica agricola si attivano comunità, memoria e visioni per il futuro. Interessanti, infine, gli esempi portati da Nadalin relativi ai prati stabili: prati mai convertiti a seminativo, mantenuti nel tempo attraverso sfalcio e concimazione limitata, ricchi di biodiversità e storicamente legati all’allevamento. Gli esempi della Congrua di Ciconicco e del dominio collettivo di Tomba mostrano come la tutela di questi spazi possa diventare una scelta consapevole di cura del paesaggio e della biodiversità. Anche in questi casi emerge con forza il senso sociale delle pratiche territoriali. Coltivare, sfalciare, piantare una siepe, produrre pane o recuperare una varietà locale non sono soltanto azioni agricole o ambientali: sono modi attraverso cui una comunità riconosce il proprio territorio, ne custodisce la memoria e prova a immaginarne il futuro.
«Le ricerche presentate – conclude Marta Villa, docente del corso - mostrano quanto le comunità che curano i domini collettivi siano attive e vitali. Pur dovendo affrontare criticità che derivano dalla crisi climatica o da un pensiero estrattivista nei confronti delle risorse comuni della montagna, non cedono. Al contrario, con dolcezza difendono diritti e valori che caratterizzano il laboratorio Terre Alte. Sono esempi di oasi di fraternità dove l’egoismo è messo da parte e prevale la logica dell’insieme. Il corso ha voluto testimoniare nella teoria e nella pratica proprio questo».




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