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Intervista a Stefano Mayr sulla situazione dei pascoli


Nelle scorse settimane Stefano Mayr, naturalista e tecnico ispettore del biologico, ha compiuto un’ampia esplorazione tra Lagorai, Primiero e Vanoi per conto di ICEA, visitando complessivamente una ventina di pascoli ovini e caprini. Un’occasione per osservare gli effetti di un’estate segnata da temperature elevate e siccità e confrontarsi direttamente con gestori e pastori. Analizzare quanto sta accadendo sui pascoli assume un significato particolare dopo l’approvazione lo scorso luglio della nuova EU Livestock Strategy, con cui la Commissione europea riconosce la specificità dei sistemi di pascolo montano e indica adattamento climatico, utilizzo delle risorse locali e tutela delle aree rurali tra le priorità per il futuro della zootecnia europea.

 

Che situazione hai trovato in questa calda estate 2026?

C’è una generale sofferenza. Alcuni pascoli sono ancora molto belli, ma pochissimi si trovano in buone condizioni. Quelli attorno a Passo Rolle, basati sulle arenarie di Val Gardena, stanno reagendo abbastanza bene grazie a un suolo più fertile e a un maggiore ristagno idrico, che rende le piante più resistenti al caldo.

È invece sfavorevole la condizione dei pascoli ovini con pendenze elevate ed esposizione a sud. L’erba è estremamente dura e ha uno scarso valore pabulare, cioè è ridotta la frazione commestibile. I pastori devono quindi spostarsi maggiormente alla ricerca dei luoghi dove rimane un po’ di erba.

Anche le vacche devono essere mosse con maggiore frequenza. Le superfici migliori vicine alle malghe sono già esaurite e quelle rivolte a sud sono secche. È necessario portare gli animali nel bosco o nelle zone vicine ai torrenti, dove si trova vegetazione più legata all’acqua, che però non ha un grande valore nutritivo.


Queste condizioni possono incidere sulla durata della stagione d’alpeggio?

In molti non sanno se riusciranno a concludere la durata standard: 70 giorni per gli ovini e 90 per i bovini. Questi tempi minimi sono legati anche alla contribuzione riconosciuta per i servizi ecosistemici svolti dalle attività in quota. In circostanze eccezionali è possibile una deroga, come è già accaduto in passato per specifici pascoli, e quest’anno è probabile che qualche malga chieda di poter scendere prima.

D’altra parte, portare ad agosto in fondovalle animali che in quota, almeno durante la notte, godono di temperature più fresche ha conseguenze sul loro benessere. Si può però essere costretti a farlo per evitare di trasportare in montagna il foraggio, con un duplice problema. Quel fieno servirebbe per il resto dell’anno e, utilizzandolo in estate, si rischia di doverlo poi acquistare altrove, con costi maggiori e perdendo parte del legame con il territorio.

Alimentare gli animali con erba medica o fieno proveniente dalla pianura rompe infatti quella vecchia economia circolare legata all’ecosistema. Si compromette il circolo che caratterizza la zootecnia estensiva di montagna, introducendo alimenti costituiti da essenze estranee al territorio.


Anche la fienagione è compromessa dalle condizioni attuali?

Siamo nel periodo del secondo o del terzo taglio, a seconda delle quote. Con caldo e siccità si rischia di effettuare un taglio e poi fermarsi perché non c’è ricrescita.

A queste temperature le graminacee tendono a filare: la pianta sotto stress accelera per arrivare a seme, concentrando le energie nella crescita dello stelo e nel completamento del ciclo annuale. Le specie che hanno bisogno di maggiore umidità entrano in riposo ancora prima. Negli strati più bassi non rimane quasi nulla.


A livello di flora cosa sta succedendo?

C’è stato un anticipo generale delle fioriture, secondo un andamento che si conferma anno dopo anno. Il periodo di maggiore interesse per il pascolo, che si traduce anche nei migliori prodotti di alpeggio, si è spostato verso metà giugno. Anche il rododendro sta anticipando la fioritura, con conseguenze per il miele.

Le fioriture più varie e ricche si sono esaurite intorno alla prima settimana di luglio. Sono poi comparse quelle estive, come epilobio e campanule, che normalmente troviamo ad agosto. C’è una rincorsa della stagione. Ora siamo già verso i fiori autunnali, mentre in molti luoghi non c’è quasi più nulla di fiorito.


Cosa si può fare rispetto a una situazione di questo tipo?

Bisognerà ragionare sui criteri di assegnazione delle malghe e farlo a livello di area, con maggiore dinamismo. Sarà necessario, ad esempio, comprendere quali siano più adatte al bestiame da latte. Non sono scelte facili, perché si inseriscono in un settore già fortemente in difficoltà.

A questo si aggiunge un quadro generale di degrado delle superfici utilizzabili. La minore presenza di animali rispetto al passato favorisce l’ingresso della vegetazione arborea e di piante nitrofile. Il pascolo effettivamente buono è quindi già molto inferiore rispetto agli ettari ufficiali e la siccità rischia di ridurlo ulteriormente.

Per quanto riguarda l’acqua, un tempo esistevano sistemi radiali di canalizzazione a caduta che permettevano di distribuirla attraverso i pascoli. Ripristinarli potrebbe essere un intervento importante. Anche le pozze di alpeggio hanno un ruolo: recuperare quelle esistenti e legarle a una gestione tradizionale significa mantenere piccoli punti di biodiversità, con vegetazione palustre e piccoli anfibi. Una ricchezza che non si trova in un bacino con fondo in plastica.

È difficile capire come tutto questo potrà evolvere. Quest’anno ci sono condizioni molto dure e i malghesi stanno cercando di fare il possibile per portare avanti l’attività. Servono sicuramente interventi strategici di lungo periodo. Al tempo stesso bisogna evitare che emergenze di questo tipo, che la crisi climatica sta rendendo anno dopo anno la normalità, diventino il presupposto per scelte dannose per l’equilibrio degli ecosistemi e per il futuro dell’alpeggio.

 
 
 

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