Festival Culturale dei Borghi Rurali della Laga
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In primavera l’incontro di Montagna 2050 sugli Altipiani Cimbri aveva ospitato Roberto Gualandri, in rappresentanza dell’Associazione Borghi e Sentieri della Laga ODV. Ci aveva raccontato un’esperienza di comunità che coinvolge questa parte di Appennino, a cavallo tra Lazio, Marche e Abruzzo. E ci aveva invitato a patrocinare e partecipare al Festival Culturale dei Borghi Rurali della Laga: molto più di un festival, 52 tappe tra aprile e dicembre per unire un territorio drammaticamente colpito dal terremoto di dieci anni fa.
Sabato 8 agosto ho partecipato alla giornata “Racconti di-Laga-nti. Le parole dei ricordi, tra natura, voci dialettali e storie da custodire”, nel comune sparso di Rocca Santa Maria, in provincia di Teramo. Una giornata in cui i volontari del Festival hanno saputo unire molti degli elementi necessari per fare comunità: territorio e paesaggio, sistema del cibo e accoglienza, poesia e dialetti, memoria e visioni del futuro.
L’escursione tra Paranesi e il borgo di Ciarelli, accompagnati dagli abitanti del luogo, è stata scandita dallo sdjiuno, il tradizionale pasto contadino di mezza mattina, tra un’azienda agricola che resiste nell’allevamento ovino e i dolci preparati dalle signore del borgo, a cui hanno fatto seguito le poesie di Francesco Casagrande. A Paranesi è stato presentato il lavoro sui dialetti locali che ha dato vita al podcast “Li chiacchierë së li ngòll u vindë: Le parole della memoria, la memoria delle parole”, a cura di Alicia Orsini e Barbara Diletti.
Al Rifugio Il Ceppo è stato presentato il libro di Domenico Cornacchia A piedi da Ascoli al Ceppo. Diario di un territorio. «Ci sono luoghi che si attraversano non solo con il corpo ma anche con la memoria e il cuore»: così inizia un testo che raccoglie testimonianze preziose. Tra queste, il racconto del 16 aprile 1989, quando una grande manifestazione contribuì all’inserimento dei Monti della Laga tra le aree prioritarie di tutela del nascente Parco, insieme a molti altri contributi dedicati alla storia del territorio.
A sera, lo spettacolo teatrale “Un eroe normale”, ispirato alla vita di Michele Arcaini, partigiano che proprio in questi luoghi prese parte alla battaglia di Bosco Martese del 25 settembre 1943, tra gli episodi che segnarono l’avvio della Resistenza. Lo spettacolo della compagnia teatrale “Gli Sbandati”, con testo e musiche di Antonio Gambacorta e Renato Pisciella nel ruolo di Arcaini, ha ricomposto la densità di incontri, emozioni e riflessioni delle ore precedenti, restituendo la sensazione di essere dentro un flusso di memoria, cambiamenti e relazioni del quale non si è soltanto spettatori, ma possibili protagonisti.

È forse proprio questo il tratto più interessante del Festival: la capacità di partire dai luoghi e dalle relazioni quotidiane e, da lì, costruire connessioni, iniziative e forme di azione capaci di intervenire concretamente nei cambiamenti che attraversano il territorio. Marco Revelli, in Oltre il Novecento, parla di pratiche che si muovono «al livello del suolo», dentro le pieghe del territorio, e di una capacità di «stare nelle cose» costruendo relazioni tra realtà differenti. Il Festival si muove in questa direzione. I borghi, le associazioni, le attività agricole, le memorie e i linguaggi locali non vengono ricondotti a un’unica identità, ma messi in relazione. È quella che Revelli definisce una «socialità d’arcipelago», capace di «connettere senza fondere»: mantenere le differenze e, allo stesso tempo, costruire legami. Nella Laga si esercita quella che Revelli definisce logica della disseminazione, della multiattività, della messa in rete dell’eterogeneità. Un’immagine che dialoga anche con quella delle “oasi di fraternità” proposta da Edgar Morin: «un ribollire d'iniziative private, personali, comunitarie e associative fa germinare qui e là gli abbozzi di una civiltà votata alla fioritura personale nell'inserimento comunitario, emergendo come oasi se non nel deserto, quanto meno nella giungla […] Queste oasi sono e saranno luoghi di un'economia solidale, luoghi del disinquinamento e della detossificazione delle vite, e dunque luoghi di vita migliore, e al contempo luoghi di solidarietà e di fraternità». Il Festival dei borghi e dei sentieri della Laga coglie l’invito di Morin a «creare degli isolotti di vita altra, dobbiamo moltiplicare questi isolotti, o piuttosto queste imbarcazioni, micro-arche di Noè nell'oceano delle incertezze del tempo».
Il dialogo tra Appennini e Alpi non può essere considerato accessorio. Abbiamo bisogno che esperienze nate in contesti diversi si contaminino, si osservino e imparino a riconoscere le questioni che le attraversano. Le Terre Alte non costituiscono un insieme omogeneo, ma condividono trasformazioni profonde che riguardano l’abitare, il lavoro, la crisi climatica, la gestione delle risorse, la tenuta sociale e la possibilità stessa di immaginare un futuro. Mettere in relazione questi mondi significa sottrarre le esperienze locali al rischio dell’isolamento e dare maggiore forza a ciò che, preso singolarmente, potrebbe apparire fragile o episodico.
È di questa connessione che oggi abbiamo bisogno, perché il futuro delle Terre Alte non si gioca soltanto dentro i singoli territori o nelle perimetrazioni eteroimposte, ma nella capacità di costruire tra essi un’ecologia di pensiero e un campo d’azione interdipendente. Insieme si possono individuare le logiche e gli strumenti per contrastare un modello che ha marginalizzato la montagna, e non da ieri, evitando però di ridurre la risposta a una migliore gestione tecnica delle risorse o alla semplice correzione degli effetti più evidenti della crisi.
La questione riguarda più in profondità il modo in cui consideriamo i territori: non come riserve di risorse da utilizzare con maggiore efficienza, né come cartoline da comunicare, ma come sistemi di relazioni tra persone, attività, altre forme viventi, suoli, acque e culture. Le Terre Alte non sono margini sui quali applicare modelli elaborati altrove, ma spazi nei quali sperimentare forme diverse di governo, economia e vita quotidiana. È da questi spazi che possiamo, ad esempio, riconoscere che non tutto ciò che compone un territorio deve essere ricondotto alla sua utilità: animali, boschi, acque, suoli, paesaggi e culture possiedono ragioni che non coincidono necessariamente con quelle dell’economia. Il confronto tra le Terre Alte può allora servire non a rendere più efficiente lo stesso modello che ne ha prodotto la marginalità, ma a interrogare le logiche che lo sostengono e a costruire, a partire dai luoghi, criteri differenti con cui abitarli e guidare le trasformazioni.




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