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Diario da Calascio |


a cura di Sveva Soldera, studentessa del corso di laurea magistrale in Global and Local Studies del Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell’Università di Trento



Diario da Calascio

Giorno 1 – Domenica 7 giugno 2026

 Articolo pubblicato su "Il T Quotidiano" del 10 giugno


È iniziata domenica 7 giugno a Calascio la quarta masterclass della Scuola di perfezionamento per la pastorizia estensiva di Calascio, un progetto che nasce da un’idea di Slow Food Italia e D.R.E.Am Italia, sostenuto attraverso le misure del PNRR finanziate dall’Unione europea – NextGenerationEU, in un piano di rigenerazione culturale, sociale ed economica del Comune di Calascio, in Abruzzo.

“Dalla pastorizia a Slow Food Travel” è il titolo dell’approfondimento completa un approccio integrale al tema dalla pastorizia, collocandola nel più ampio contesto dell’allevamento nelle Terre Alte e del futuro della montagna. Nei moduli precedenti sono stati affrontati temi quali l’economia e la progettazione delle imprese pastorali, la produzione e la valorizzazione dei formaggi, fino alle questioni legate alla convivenza con i grandi carnivori e alla conflittualità zootecnica.

Dal Trentino partecipano alla scuola Sveva Soldera, studentessa del corso di laurea magistrale in Global and Local Studies del Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell’Università di Trento, e Graziella Bernardini, portavoce della Comunità Slow Food per lo sviluppo agroculturale degli Altipiani Cimbri.

La settimana dedicata a pastorizia e turismo si è aperta incontrando Luigi Nacci, scrittore, viandante e attento osservatore delle fragilità del nostro tempo. La presentazione del suo ultimo libro "Il tempo dei semplici" (Einaudi), ha introdotto i lavori della settimana attraverso una riflessione sul valore dell’ascolto, dell’empatia e del bisogno contemporaneo di ritrovare prossimità in una società sempre più segnata dall’isolamento. «Camminare può essere un modo per attraversare un territorio, oppure una chiave per imparare a guardare non solo i panorami, ma gli altri e infine se stessi. L’incontro è una conversazione aperta sul passo dell’ultimo, quello di chi rallenta, osserva, accompagna e prova ancora a restare umano».  A moderare l'incontro Enrico Maria Milic, coordinatore e docente della masterclass. Antropologo, scrittore e progettista che da anni collabora con Slow Food in ricerche sul campo e percorsi di narrazione per raccontare e valorizzare culture locali in diversi contesti internazionali, con particolare attenzione alle comunità e ai saperi gastronomici che le caratterizzano. Suo il compito di guidare i partecipanti attraverso laboratori, momenti di confronto e attività progettuali per connettersi al mondo del turismo lento. Nel corso dei prossimi cinque giorni si proverà a interrogarsi su alcune questioni centrali: il turismo può rafforzare la pastorizia o finisce inevitabilmente per trasformarla? È possibile accogliere senza ridurre la propria identità a una rappresentazione per visitatori? Chi determina il ritmo del viaggio, del lavoro pastorale e della vita comunitaria? Quando la pressione turistica supera la capacità di un territorio di assorbirla? E, soprattutto, cosa lasciano davvero i viaggiatori nelle comunità rurali che attraversano?


Diario da Calascio

Giorno 2 – Lunedì 8 giugno 2026

Articolo pubblicato su "Il T Quotidiano" dell'11 giugno


Il secondo giorno della Scuola di Pastorizia ha portato i partecipanti dalla Rocca di Calascio a Santo Stefano di Sessanio, lungo un cammino percorso interamente a piedi. Una giornata disconnessi, lontani per qualche ora dai telefonini, per concentrarsi sui sentieri e prendere consapevolezza del loro ruolo storico.

Ogni sentiero di montagna, anche il meno battuto, custodisce infatti una storia e una ragion d’essere. Alcuni tracciati possono apparire ormai morti, ma un tempo costituivano vie maestre per viandanti, pellegrini e pastori transumanti: corridoi che per secoli hanno orientato gli spostamenti attraverso le terre alte. A questa lettura culturale se ne affianca una più legata all’osservazione della natura. Molti sentieri ripercorrono le vie utilizzate dagli animali selvatici, spesso capaci di individuare i passaggi più brevi e agevoli. Seguire le loro tracce può ancora oggi suggerire nuovi percorsi.

Arrivati a Santo Stefano di Sessanio, paese noto anche per la coltivazione della lenticchia Presidio Slow Food, i partecipanti sono stati coinvolti nel laboratorio “Noi siamo colore”. L’attività invitava ciascuno a raccontare la propria rappresentazione di sé, lasciando agli altri il compito di restituire attraverso un disegno le suggestioni percepite. Un esercizio utile a introdurre il ruolo fondamentale della narrazione nella percezione e nella costruzione dell’identità dei luoghi, sia agli occhi delle comunità residenti sia a quelli dei visitatori. È uno dei principi alla base di Slow Food Travel, strettamente legato alle espressioni e alle memorie delle comunità. Slow Food Travel nasce dall’impegno di Slow Food sulle filiere alimentari di qualità e coinvolge tutte le figure che le tengono vive con il proprio lavoro quotidiano: chi si dedica all’agricoltura e all’allevamento, ma anche chi opera nell’ospitalità e nell’accoglienza. L’obiettivo è costruire relazioni tra aziende di piccola scala, enti locali, residenti e visitatori. I progetti Slow Food Travelche stanno nascendo in Italia e all’estero condividono un presupposto: la volontà delle comunità locali di avviare processi di sviluppo fondati sulla solidità dei legami, sulla capacità di alimentarli nel tempo e sulla scelta di renderli centrali nella proposta rivolta a chi arriva da fuori. È un modello che può trovare spazio in contesti molto diversi. Può contribuire a rendere attrattive aree nelle quali il turismo rappresenta un’importante integrazione alle attività agricole, pur in assenza di mete celebri o facilmente riconoscibili sui social. Luoghi capaci però di offrire esperienze, incontri e conoscenze. Allo stesso tempo, Slow Food Travel può rappresentare una risposta per le zone interessate dall’eccessiva pressione turistica o da una frequentazione “mordi e fuggi”. La sua azione aggregativa consente agli attori che credono in un diverso modello di ospitalità di fare rete e proporre un altro paradigma. Questa possibilità assume un valore particolare nelle aree in cui l’intensità dei flussi si accompagna al ricambio generazionale degli operatori e, di conseguenza, alla necessità di condividere una visione del turismo futuro. Quante valli del Trentino, per l’uno o per l’altro motivo, potrebbero accogliere un progetto Slow Food Travel? La giornata tra Calascio e Santo Stefano di Sessanio ha permesso di sperimentare concretamente quali siano le esperienze attorno alle quali costruire il racconto di una destinazione. Francesca, narratrice di territorio, ha riportato alla memoria le vicende dei pastori locali: figure spesso considerate ai margini della società, ma in realtà dotate di una cultura profonda, custodi di canti popolari, capaci di recitare in ottava rima e conoscitori dei classici. Un racconto fatto di poesia e musica. La giornata si è conclusa con un ulteriore esempio di attività Slow Food Travel. Un laboratorio dedicato alla pasta è diventato occasione di relazione di scambio, in cui la cultura del luogo si è messa in dialogo con quella dei visitatori. Preparando insieme la pasta fresca, si è partiti dagli spaghetti alla chitarra abruzzesi, con la loro sezione quadrata e la superficie porosa, per poi scoprire formati provenienti dalle regioni italiane di provenienza dei partecipanti. Un momento conviviale e giocoso, capace però di riconnettere i partecipanti al territorio e alle persone.


Diario da Calascio

Giorno 3 – Martedì 9 giugno 2026

Articolo pubblicato su "Il T Quotidiano" dell'13 giugno



La terza giornata della Scuola di perfezionamento per la pastorizia estensiva di Calascio è stata dedicata ad un caso studio, con la visita all’azienda Zooristur, nel comune di Barrea, nell’Alto Sangro, a ridosso del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

Il nome, acronimo di zootecnia, ricerca, sviluppo e turismo, racconta l’originalità del progetto avviato da Pietro D’Annessa e dalla moglie Italia Romano sei anni fa. Sulle alture sopra il paese, la coppia gestisce un allevamento di oltre duecento capre, una stalla e un piccolo caseificio. Un’attività nata dal recupero di terreni abbandonati e frammentati, restituiti al pascolo e ripristinati anche dal punto di vista paesaggistico.


Ad accompagnare e proteggere il gregge sono dieci cani da pastore abruzzesi, elemento essenziale per il funzionamento del pascolo e tema centrale degli approfondimenti della mattinata. Ogni cane conosce perfettamente il proprio compito. Alcuni rimangono accanto alle capre e al pastore; altri svolgono una funzione di sentinella e, in caso di pericolo, ne allertano altri che si disperdono allora nei prati per individuare la fonte della minaccia, raggiungendo anche distanze significative sulle colline circostanti. A loro si aggiungono due lupetti abruzzesi, appartenenti a un’antica razza autoctona dell’Appennino centro-meridionale che hanno la funzione di condurre il gregge. Nel corso di una lunga camminata al fianco delle capre, Pietro ha spiegato come questo sistema di protezione possa funzionare molto bene nei confronti dei grandi carnivori, in un contesto come quello abruzzese, caratterizzato da vaste estensioni di pascoli e da una presenza antropica limitata. Anche il lupo entra a far parte di un equilibrio complesso: rappresenta infatti un antagonista degli ungulati selvatici, molto numerosi nella zona e in competizione alimentare con le capre.


La cura riservata agli animali emerge anche dal rapporto quotidiano con il gregge. Pietro conosce ciascuna capra per nome e le accompagna al pascolo ogni giorno, dalle prime ore del mattino fino alla sera. La stessa attenzione si ritrova nel lavoro di Italia, che trasforma il latte nel piccolo caseificio aziendale.


Per il futuro, Pietro e Italia stanno lavorando alla realizzazione di un agricampeggio pensato per offrire ai visitatori la possibilità di trascorrere una giornata al pascolo e di vivere più da vicino questi luoghi. L’accoglienza sarà completata da un orto di comunità, a disposizione degli ospiti non soltanto per raccogliere ortaggi freschi, ma anche per seminare nuove piante destinate a chi arriverà dopo.


L’incontro con il fotografo Edmondo Di Loreto ha permesso invece di compiere un viaggio nel tempo attraverso la storia della pastorizia. Le immagini scattate dai suoi antenati a partire dagli anni Venti raccontano la mungitura di un tempo, il lavoro dei pastori e il ruolo dei cani da guardiania nella cultura rurale abruzzese.


Diario da Calascio

Giorno 4 – Mercoledì 10 giugno 2026

Articolo pubblicato su "Il T Quotidiano" dell'16 giugno



Non solo visite sul campo e camminate alla Scuola di perfezionamento per la pastorizia estensiva di Calascio, ma anche momenti teorici di confronto e di incontro con gli esperti. La terza giornata è stata dedicata alla progettazione delle attività di Slow Food Travel. Una visione di turismo che interpreta la vocazione più moderna del viaggio, una tendenza crescente che individua dei flussi capaci di portare valore ai territori visitati. Un turista che cerca esperienze su misura, vissute per interagire con chi vive i luoghi tutto l’anno. Comunità che, a loro volta, devono esser pronte ad accogliere chi vuole scoprirle e incontrarle in modo rispettoso, curioso e lento. È necessario ideare modalità per rendere questo visitatore non un semplice osservatore, ma un attore messo nelle condizioni di interagire e entrare nel vivo della comunità locale. Queste riflessioni si inseriscono in un più ampio contesto di ripensamento di una serie di mode che negli ultimi anni hanno accompagnato il lento aumento dell’enoturismo nel nostro paese e non solo. Le visite in cantina, ad esempio, nate sul modello delle masterclass per professionisti e con didascalici tour nelle aree produttive, si stanno trasformando in un incontro con il vignaiolo, approfondendo la sua visione di territorio e dei metodi di allevamento, visitando la campagna e le vigne, avvicinandosi al vino in modo più libero, meno tecnico, svincolati dalla mera dimensione organolettica. Lo stesso approccio può essere applicato alle Terre Alte. La sfida non è trasformare le attività agro-silvo-pastorali in una rappresentazione folkloristica del passato, ma riconoscerne il valore contemporaneo. Pastorizia, allevamento e gestione del paesaggio non appartengono a un mondo scomparso: continuano a svolgere un ruolo fondamentale nella costruzione degli equilibri ambientali, sociali ed economici delle montagne. Sono modalità di turismo che non solo intercettando un segmento del mercato, ma che hanno un portato etico e culturale molto rilevante. Slow Food Travel unisce quindi la componente di leisure e di sospensione del tempo lavorativo, con una forte valenza culturale ed educativa, creando delle occasioni che possono esistere solo se organizzate e mediate con gli operatori del territorio. Tra gli esempi riusciti di Slow Food Travel si è parlato della realtà della Costa di Amalfi, dove il progetto riesce a distillare il territorio nel caos del turismo di massa. Un paesaggio unico al mondo che richiama milioni di turisti, plasmato dagli insediamenti di contadini e pescatori, che hanno creato muretti a secco, luoghi di produzione agricola e villaggi in riva al mare. Le esperienze di Slow Food Travel in Costa di Amalfi hanno l’obiettivo di instaurare un profondo dialogo tra la ruralità fatta di produzioni agricole familiari, allevamento e piccola pesca con l’ospitalità e la ricettività locale dei 13 borghi della costa. In questa forma di turismo la costa può infatti rafforzare la connessione tra le tradizioni gastronomiche, la ristorazione e il turismo; mentre l’esperienza di viaggio lento possono valorizzare la dimensione di un’offerta turistica in simbiosi con la comunità che ancora vive i territori. Lo scrittore Luigi Nacci ha salutato i partecipanti alla scuola, descrivendola suggestivamente come un “luogo di crisi”. Tutti i partecipanti infatti sono persone che stanno ripensando il proprio futuro, studenti in procinto di avviarsi al mondo del lavoro, giovani ragazzi e ragazze in un momento di passaggio, piccoli operatori che vogliono cambiare l’offerta della propria realtà.


Diario da Calascio

Giorno 5 – Giovedì11 giugno 2026

Articolo pubblicato su "Il T Quotidiano" dell'17 giugno



Il quinto giorno della Scuola di perfezionamento per la pastorizia estensiva di Calascio è stato dedicato ai prati del vasto altopiano di Campo Imperatore, nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Luogo simbolo della pastorizia abruzzese, Campo Imperatore è un paesaggio modellato da secoli di presenza umana e animale. Le sue spettacolari fioriture e l'eccezionale ricchezza botanica sono il risultato di una lunga storia di cooperazione tra le greggi, i pastori e l'ambiente montano. Nel corso dell'escursione i partecipanti sono stati invitati a osservare il paesaggio con occhi diversi. A prima vista appare come una sconfinata distesa di prati. Eppure, osservando con attenzione, emergono qua e là macchie più scure di arbusti e rododendri. Sono i primi segnali di un lento processo di ricolonizzazione da parte della vegetazione arbustiva, favorito dalla progressiva riduzione del pascolo negli ultimi decenni. Un fenomeno che racconta come l'abbandono delle attività pastorali stia trasformando profondamente questi luoghi. Per secoli milioni di pecore hanno attraversato l'Abruzzo lungo i tratturi che conducevano fino alle pianure pugliesi. Nel loro vello trasportavano semi provenienti da territori diversi, contribuendo anno dopo anno alla diffusione e al rinnovamento di una straordinaria varietà di specie vegetali. Uno dei più importanti servizi ecosistemici garantiti dalla pastorizia: la capacità di generare e mantenere biodiversità. Ma la transumanza non ha plasmato soltanto il paesaggio. Ha lasciato un'impronta profonda anche nella cultura e nell'organizzazione sociale delle comunità abruzzesi. I pastori trascorrevano lontano da casa gran parte dell'anno: partivano in autunno verso la Puglia e rientravano in primavera, per poi salire nuovamente ai pascoli montani. Un'organizzazione del lavoro che affidava alle donne la gestione della famiglia, della casa e della comunità, tanto da far parlare alcuni studiosi di una società abruzzese segretamente matriarcale. Per secoli la lana rappresentò una delle principali ricchezze della regione. La qualità delle produzioni abruzzesi era apprezzata ben oltre i confini locali e alimentava commerci che coinvolgevano città, mercanti e famiglie aristocratiche.

Dalla storia si è passati all'osservazione del presente. A circa 1.800 metri di quota, ogni primavera migliaia di pecore continuano ancora oggi a raggiungere Campo Imperatore, anche se in numeri molto inferiori rispetto al passato. La diminuzione del pascolo favorisce la diffusione di arbusti e specie legnose che, nel lungo periodo, possono modificare profondamente l'assetto ecologico di questi prati, riducendone la biodiversità. Per averne un assaggio letterale, i partecipanti alla scuola sono stati guidati nella raccolta di erbe spontanee e piante commestibili. Un'esperienza pratica culminata in un momento conviviale, durante il quale sono stati preparati piatti a base di specie raccolte sul campo: frittate di buon enrico, foglie di romice ripiene di formaggio, ricotte aromatizzate ai fiori, insalate di tarassaco e silene, torte ai fiori di sambuco e di acacia.

Un menù capace di raccontare, attraverso il gusto, l'incredibile ricchezza custodita da questi prati. Un invito a riconoscere il valore della biodiversità e a comprendere come la sua conservazione dipenda anche dalla continuità di pratiche agricole e pastorali che, per secoli, hanno contribuito a costruire il paesaggio delle Terre Alte. Quale sia il loro futuro nel XXI secolo è un esercizio di immaginazione che ci coinvolge tutti, tra rispetto degli ecosistemi, nuove forme di turismo ma anche un neoruralismo capace di tenere insieme saperi tradizionali ed esigenze del presente.


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Giorno 6 | Venerdì 12 giugno 2026


La relazione diretta con i produttori è stata al centro dell’ultimo giorno della Scuola di Pastorizia di Calascio. A Castel del Monte i partecipanti hanno approfondito la storia dell’Azienda Agricola Pelini, allevamento di suino nero d’Abruzzo e di asini in località Natrella, a quasi 1.400 metri di quota tra il Monte Bolza e Campo Imperatore. Marinella Del Rovere e il marito Alessandro Pelini sono partiti da zero nel 2001, scegliendo di dedicarsi a una razza autoctona che nel corso dei decenni era stata progressivamente sostituita dal suino bianco. L’adattamento alle condizioni climatiche dell’Appennino ha però reso questi animali particolarmente resistenti al freddo e alla neve, tanto da poter vivere all’aperto durante tutto l’anno, adottando le necessarie precauzioni per evitare contatti con i cinghiali selvatici.


L’allevamento degli asini è invece finalizzato alla valorizzazione del loro poco ma prezioso latte, utilizzato per la produzione di cosmetici naturali. La necessità di garantire la sostenibilità economica dell’azienda ha portato Marinella e Alessandro a diversificare ulteriormente l’attività, coltivando lavanda e rosmarino a quote più basse e utilizzandoli come ingredienti per la propria linea cosmetica. Nel centro di Castel del Monte hanno inoltre aperto una bottega, mentre l’azienda è oggi meta di visite ed esperienze rivolte ai turisti. Tra queste figurano anche laboratori di caseificazione realizzati insieme all’azienda del cugino, produttore del Canestrato di Castel del Monte, Presidio Slow Food e simbolo della lunga tradizione pastorale del territorio.

Proprio la storia della pastorizia è al centro del Museo diffuso di Castel del Monte, nato dal recupero di antichi locali disseminati tra i vicoli medievali del borgo. Gli ambienti ricostruiscono la vita quotidiana di una comunità che per secoli ha vissuto attorno alle pecore e alla transumanza. Una storia che ha coinvolto fino a sei milioni di capi e che ha lasciato tracce profonde anche nell’architettura del paese. La chiesa di San Rocco, ad esempio, presenta ampie finestre che consentivano ai pastori di seguire le celebrazioni senza perdere di vista i greggi lasciati all’esterno. Un proverbio locale racconta che, se si potessero strizzare le pietre di Castel del Monte, se ne sentirebbe uscire un belato, tanto la vita economica e sociale del borgo era legata alle pecore.


L’incontro con la pastora Rosetta ha permesso di conoscere l’Associazione Pecunia per la valorizzazione della lana nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Attraverso questa rete anche gli allevatori con piccoli greggi riescono a conferire insieme la propria lana a un centro specializzato di Biella, che la restituisce poi sotto forma di filato ai singoli produttori. Un esempio concreto di cooperazione per mantenere viva una filiera oggi fragile. Proprio in questi mesi il Comune di Calascio sta inoltre investendo nell’acquisto di un impianto per il lavaggio della lana che potrebbe garantire maggiore autonomia alle realtà locali e contribuire a rafforzare ulteriormente la filiera.


A conclusione della Scuola di Pastorizia estensiva, ogni partecipante ha presentato una proposta di azione pensata per il proprio territorio. Dall’allevamento del Pony di Esperia ai progetti dedicati alle malghe trentine, passando per itinerari cicloturistici in Veneto, produzioni locali e comunità rurali, le idee emerse hanno mostrato come lo Slow Food Travel possa rappresentare uno strumento capace di generare valore per i territori.

L’esperienza di Calascio ha evidenziato come il turismo possa diventare un alleato dell’agricoltura e dell’allevamento quando nasce dalle comunità locali e dalle loro attività quotidiane. Una modalità che contribuisce a rafforzare la sostenibilità economica delle aziende agricole, favorisce la diversificazione delle fonti di reddito e crea nuove relazioni tra produttori, visitatori e territori. Una prospettiva particolarmente interessante anche per le valli trentine, dove la tutela della biodiversità, la gestione dei paesaggi agro-silvo-pastorali e il sostegno all’agricoltura estensiva si intrecciano con la necessità di ripensare i flussi turistici affinché possano convivere in equilibrio con le esigenze delle comunità residenti e degli ecosistemi montani.


Intervista a Sveva Soldera

Pubblicata su Il T Quotidiano del 26 giugno 2026


 
 
 

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