Il cibo nel cambiamento globale: uno sguardo antropologico

di Marta Villa

Antropologa culturale dell’alimentazione

Università degli Studi di Trento

Articolo tratto da Slowzine n. 6- gennaio 2021

Consulta la rivista completa




L’epoca che ci vede protagonisti è stata battezzata con una parola chiave dalla significativa origine semantica: antropocene. Gli scienziati non hanno ancora oggi trovato un accordo sulla data di inizio di questa nuova era, tuttavia possiamo affermare che il cibo, la sua modalità di produzione, di scambio e spostamento e anche la sua nuova domesticazione siano uno degli elementi caratteristici di questo periodo storico e siano cifra della relazione tra gli esseri umani e l’ambiente circostante.


Il cibo ha assunto anche a livello simbolico una connotazione specifica nella nostra epoca: è divenuto un bene di consumo, ha creato delle distinzioni, è legato alla nostra salute o ci può far ammalare, è vincolato al benessere stesso del Pianeta. È divenuto un mezzo per affermare il potere sia dei singoli, sia di interi gruppi umani, sia di nazioni nei confronti di altri esseri viventi, umani compresi.


Il cibo ha assunto anche delle connotazioni morali: cibo giusto, buono, cattivo, iniquo… Ma non dimentichiamo che invece ebbe nella notte dei tempi una nascita neutra: come cacciatori-raccoglitori (e lo vediamo ancora adesso nei gruppi umani che hanno questa modalità di procacciarsi il nutrimento) avevamo una relazione con l’ambiente che potremmo definire quasi paritaria, la natura apprestava i frutti o nutriva gli animali di cui noi come apice della catena alimentare ci cibavamo e noi compartecipavamo del territorio non esponendolo ad una impronta insostenibile, tracciavamo le nostre traiettorie di spostamento che col tempo venivano a cancellarsi.


Con la rivoluzione neolitica, nella quale siamo ancora immersi (ecco perché qualche studioso riferisce a questo avvenimento rivoluzionario la nascita dell’antropocene) siamo divenuti creatori di cibo; stanziati in un luogo agiamo su di esso come padroni, decidendo l’organizzazione funzionale degli spazi e assoggettando altri esseri viventi alla nostra necessità. Abbiamo portato questa relazione fino alle estreme conseguenze e con le successive tappe di sviluppo storico che si sono accelerate negli ultimi duecento anni (dalla rivoluzione industriale in poi) abbiamo sempre più agito sul terreno come incontrastati sovrani. Il cibo tuttavia ci ha restituito quello che abbiamo seminato, anche metaforicamente, diventando in alcuni casi pericoloso e velenoso.


Il momento attuale ci deve spingere realmente a riflettere attorno a quale modello di sviluppo siamo intenzionati a perseguire soprattutto nel campo dell’economia alimentare: sono necessarie nuove modalità di approccio sia alla produzione sia al consumo dello stesso. Le giovani e giovanissime generazioni stanno mostrando un duplice atteggiamento: da un lato sembrano disinteressate rispetto a quello che portano alla bocca, non posseggono un’educazione alimentare salutare, sembrano attratte da modelli alimentari che non hanno fondamento con tradizione e radici territoriali, dall’altro però sono interessate a comprendere maggiormente i fenomeni circostanti, vogliono riscoprire modalità diverse di gestione del territorio, dell’agricoltura, dei processi nei quali il cibo è coinvolto.


La sfida che si apre davanti a noi è significativa: le generazioni che mantengono ancora un legame col passato attraverso la propria memoria sono chiamate sia a mantenere vivo il filo che ci lega a determinate modalità di addomesticamento degli ingredienti (la cultura gastronomica) sia a passarlo nelle mani delle generazioni che si stanno affacciando attualmente al mondo, nel contempo queste ultime sono invitate a raccogliere il testimone e a rielaborare reinventando la tradizione che non è mai un monolitico blocco inamovibile, ma è da sempre un continuo rigenerarsi di pratiche e saperi.


Le Alpi possono essere uno straordinario territorio-laboratorio dove poter apprezzare ancora questi legami tra l’uomo e l’ambente, dove è possibile scoprire o elaborare nicchie nelle quali coltivare cibi equi e sperimentare i propri sogni di giustizia e impegno per la costruzione e il mantenimento di un luogo salubre. Il cibo è certamente un tramite di comunicazione spazio-temporale: lo era nel passato, e lo sarà nel futuro solo se modificheremo le attuali modalità di immaginarlo e pensarlo. Dallo sfruttamento indiscriminato e dalla incorporazione bulimica dovremmo passare alla relazione armonica e all’alimentazione consapevole.

16 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti