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Il nostro ricordo di Carlo Petrini



«Chi semina utopia raccoglie realtà» è la frase che ha accompagnato la notizia della morte di Carlo Petrini. Chi ha conosciuto la storia del movimento da lui fondato quarant’anni fa, può cogliere quanta poca retorica ci sia in questa affermazione. E quanto invece descriva una parabola nata da un’intuizione capace, nel giro di pochi anni, di coinvolgere decine di migliaia di persone, e che non si fermerà di certo oggi. Nei pensieri e nei ricordi che in queste ore stanno affollando gli attestati di affetto di una moltitudine di persone, ricorre il ringraziamento per aver cambiato il corso di intere esistenze.  Forse anche per questo torna alla mente una frase di Claudio Magris: «L’utopia dà senso alla vita, perché esige, contro ogni verosimiglianza, che la vita abbia un senso».

Fu utopia pensare di rispondere con la cultura, l’educazione al gusto, la convivialità, la lentezza e il cibo vero all’arrivo di modelli di consumo basati sull’omologazione e sulla standardizzazione di sapori, architetture, ricette e modelli economici. E ancora oggi questi sono gli strumenti di una resistenza: avanguardia nel 1986, e ancora oggi voce quasi unica contro la velocità e l’appiattimento che, da quel nuovo modello di ristorazione, hanno conquistato tanti spazi nei sistemi di produzione, distribuzione e consumo del cibo, espandendosi ben oltre la dimensione gastronomica.

Fu utopia mappare le Osterie d’Italia, con la prima edizione dell’omonima guida nel 1990. Uno strumento che, a distanza di 36 anni, ci permette di mettere in relazione i luoghi capaci di animare i sistemi locali del cibo. Ancora una volta luoghi di resistenza, sempre più a rischio, che nei progetti di Slow Food trovano un senso per continuare a lavorare con i produttori di piccola scala, raccontare il territorio, trasmettere tecniche e conoscenze. Da quell’intuizione nacque anche la casa editrice che oggi è una fucina di conoscenza, e nelle diverse espressioni cerca di incidere anche nel mondo del vino (con Slow Wine), dell’olio extravergine, nell’educazione dei più giovani.


Utopia ancora più grande fu quella di riunire a Torino le comunità del cibo di tutto il mondo: 5.000 delegati tra contadini, pescatori e artigiani provenienti da 130 Paesi si incontrarono per la prima volta nel 2004. E ancora oggi l’appuntamento di Terra Madre si ripresenta ogni due anni, stimolando la scoperta reciproca, la condivisione di esperienze, visioni, domande e soluzioni.

Fu utopia pensare di partire dalle comunità, sparse in tutto il mondo, per presidiare razze animali, semi, varietà, paesaggi e tecniche a rischio di scomparsa: scartate dal mercato, minacciate dalla crisi climatica, escluse dall’appiattimento dei gusti. Con il progetto dei Presìdi Slow Food queste comunità sono state rimesse al centro, stimolando le nuove generazioni a proseguire il lavoro di quelle precedenti e rendendo attrattivi mondi altrimenti marginalizzati. Slow Food si è così inserita nella grande tradizione ambientalista che, come ci ricordava Alexander Langer, è impegnata a rendere desiderabile la conversione ecologica. Fu utopia sperare che i Presìdi Slow Food potessero porre un freno alla sesta estinzione di massa. Eppure, a distanza di decenni, continuano ad aumentare, individuando nuove comunità e nuovi produttori.

 

 

Tutto questo ha poi trovato casa nel luogo simbolo del sapere e della sua trasmissione, dove la conoscenza è dibattito vivo e relazione con il mondo esterno. A Pollenzo, dove domenica 24 maggio si svolgerà la cerimonia di saluto a Carlo Petrini, è nata la prima Università di Scienze Gastronomiche al mondo. Per ridare al cibo la centralità perduta.

Tanti altri progetti rivolti al futuro hanno abitato questi 40 anni di Slow Food. Tra tutti la visione che ha dato vita a una rete globale di comunità locali, composta da decine di migliaia di volontari e attivisti. Siamo agricoltori, allevatori, produttori, cuochi, studenti, cittadini che ogni giorno dedicano le proprie energie a coltivare valori elaborati grazie al continuo confronto, interno ed esterno all’associazione. Per poi tradurli in attività, progetti, incontri nelle scuole, nei ristoranti, nei mercati, nelle piazze. Mentre questo avviene in Trentino, lo stesso attivismo porta fermento in tutto il mondo.


Il legame del Trentino con Carlo Petrini è di lunga data. Si è concretizzato in congressi nazionali, soprattutto negli anni in cui Sergio Valentini è stato presidente dell’associazione, negli incontri a Terra Madre delle nostre comunità, ma anche in conferenze, incontri e momenti pubblici. L’ultimo, nel 2023, organizzato da Riva Fiera Congressi, storico partner di Pollenzo, in occasione della presentazione de «Il gusto di cambiare». Tra le tante suggestioni lanciate da Carlo Petrini, parole chiave furono la gioia e la felicità. Con il richiamo al libro scritto con Luis Sepúlveda, «Un’idea di felicità»: «La felicità si compie nel momento in cui sei un soggetto attivo. La partecipazione sociale è la leva della felicità». E ancora l’invito a ricordare che «non si può cambiare il mondo con il magone». Poi il cupo contesto geopolitico degli ultimi anni, che sembra fare a pugni con quella via tracciata tra transizione ecologica e felicità. Al centro del suo intervento all’Assemblea di Slow Food Italia alla FAO, nel luglio scorso, vi fu l’utopia più grande di tutte: che il cibo buono, pulito e giusto sia un diritto di tutti e tutte. E che il cibo non sia più uno strumento di guerra, ma possa riaffermarsi come simbolo di pace, nel suo essere espressione dell’incontro e del meticciato, dell’ospitalità, del dono e del rispetto. Le utopie di Carlin Petrini, grazie alla sua determinazione e a un’associazione viva e testarda, si sono trasformate in realtà. Quest’ultima utopia è la sfida più grande del nostro tempo, tiene insieme giustizia sociale, crisi climatica e conflitti. A noi il compito di non smettere di cercare, nel cibo e nelle relazioni che genera, un modo concreto per ricucire ciò che il nostro tempo continua a separare.


Articolo pubblicato su Il T Quotidiano il 23 maggio 2026

 
 
 

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