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"Inverno liquido": intervista a Michele Nardelli

Asia Gallato, tirocinante di Slow Food Trentino, intervista Michele Nardelli, membro del tavolo tecnico scientifico di Slow Food Trentino, in occasione della presentazione del libro "Inverno liquido", martedì 13 dicembre al Muse di Trento.



Buon giorno Michele, oggi al Muse presenterai, insieme a Maurizio Dematteis, il vostro nuovo lavoro dal titolo molto evocativo "Inverno liquido". Qual è il filo rosso che ti ha guidato in questo viaggio per l’Italia dello sci?


Questo viaggio nasce da una proposta di Maurizio Dematteis, che già da qualche anno aveva iniziato a lavorare sul tema dell’impatto climatico sulle Terre Alte del Piemonte.

Avevamo già fatto dei viaggi insieme e quindi mi propose di estendere la sua ricerca sul resto dell’arco alpino, poi ho proposto l’idea di estenderla ulteriormente anche sugli Appennini.

Il viaggio è durato un anno e mezzo, quasi due, durante il quale la domanda che ci siamo posti è stata se e come le comunità e le istituzioni si stavano interrogando sul tema del cambiamento climatico e se questo si rifletteva anche sulle economie.

Il libro è un reportage con interviste e incontri fatti con imprenditori, persone con attività locali e che vivono nel posto. Sono stati analizzati molto i fallimenti, ma anche le esperienze di conversione ecologica delle montagne. Si racconta del “non più” di un modello industriale e del “non ancora” della conversione ecologica della montagna.

Il tema del viaggio fa parte del mio impegno politico e sociale, grazie al quale si riesce ad entrare nei territori e capire le problematiche e le vie di uscita.

Da questo viaggio si è arrivati ancora di più alla consapevolezza che se non ci si attrezza per i cambiamenti climatici questi prenderanno il sopravvento e il rischio della crisi profonda che si presenterà sarà devastante.



Tante economie si basano sul turismo sciistico, esistono degli esempi di ri-conversione? Se venisse meno questo sport, riuscirebbero comunque a sostentarsi alcune microeconomie di certe località turistiche?


Domanda importante perché è stato un elemento che abbiamo cercato e verificato nel corso del viaggio, ma la risposta è data anche da osservazioni ed esperienze di tanti anni.

Abbiamo notato che dove è penetrata l’industria dello scii lo spazio per le altre economie è marginale. L’industria della neve è pervasiva, perché quando questa è presente su un territorio tutto ruota intorno al suo modello, il turismo di massa e le attività di filiera del divertimento, mentre le attività tradizionali vanno a perdersi. Se qualcosa è facile e redditizio come lo scii, che dal secondo dopo guerra si è sviluppato e ha portato benessere, un lavoro come la coltivazione dei campi o il pascolo che è più difficoltoso e meno remunerativo tende a sparire.

È necessario trovare un equilibrio delle economie del territorio, quindi non bisogna eliminare lo scii, ma creare delle attività di valorizzazione e scoperta della montagna per dar luce a quello che queste terre ci possono dare. Questo è importante anche perché se basiamo l’intera economia su una sola attività, se questa poi perde il suo valore anche tutte le altre che ci stanno intorno cadono con lei.

Bisogna puntare sulla diversificazione prima che la crisi che sta arrivando diventi significativa.

Nel lungo andare anche il turismo legato allo scii avrà delle difficoltà e abbiamo già una data, il 2040.

Questo perché si prevede che la quota neve sarà di 1.250 metri, altezza per cui le stazioni più basse entreranno in crisi, anche a causa della profonda crisi d’acqua, in quanto molte stazioni sciistiche utilizzano neve artificiale.


Uno dei capitoli è dedicato alle Olimpiadi che si terranno a Cortina nel 2026, cos’è emerso in questa tappa del vostro viaggio?


Dovremmo cominciare a fare tesoro delle esperienze passate, come in questo caso dalle ultime olimpiadi che si sono tenute a Torino nel 2006. Queste erano state presentate come una grande opportunità, alla fine invece hanno solo generato un grande debito che si sta ancora ripagando.

La prima volta che ho incontrato Maurizio è stato a Sestriere, una delle aree protagonista delle olimpiadi, era la prima volta che la visitavo e sono rimasto sconvolto nel vedere quanto cemento era stato messo per costruire tutti gli impianti necessari. Questi hanno avuto un costo di realizzazione elevatissimo e lo stesso è per i costi di mantenimento, il problema è che questi impianti non sono più stati utilizzati, o comunque veramente pochissimo, basti pensare che in Italia ci sono solo 34 persone che praticano bob a livello agonistico, e quindi la pista è andata in disuso.

Le nuove olimpiadi stanno ripercorrendo gli stessi passi di prima, si stanno costruendo nuove piste e altri impianti, anche se all’inizio qualcuno si era opposto poi ha ceduto perché i grandi eventi portano ricchezza, anche se così non è ancora stato.


Qui in Trentino avete riscontrato delle differenze evidenti rispetto ad altri luoghi?


In Trentino e in Sud Tirolo grazie alla storia, all’economia e il fatto di essere una regione autonoma, c’è sempre stato un approccio diverso rispetto al turismo industriale che abbiamo altrove.

La montagna viene vissuta storicamente in modo più forte perché in altre zone la montagna è stata abbandonata per l’industrializzazione.

In trentino l’affetto per la montagna è molto forte, grazie anche alla presenza delle proprietà collettive, ponendo più attenzione sulla cultura e l’economia della montagna.

Bisogna però dire che questo non è in tutto il trentino, infatti, c’è stata la tentazione di diventare come Sestriere, che è stato il modello che si è seguito negli anni 50 per quanto riguarda il Monte Bondone, poi questo si è rivelato un modello insostenibile.

Il tema del libro è anche quello di fare in modo che questa esplorazione rappresenti un contributo nel ripensare la montagna nel suo complesso.


Per una giovane studentessa che vuole occuparsi di turismo che consigli potrebbe darmi? Vede un futuro su questi temi?


A partire dalla mia esperienza, io mi sono occupato di cooperazione internazionale, di pace e di guerra. Nel periodo della guerra dei 10 anni, nei Balcani, ho immaginato l’idea di sviluppare nei luoghi sconosciuti un turismo responsabile, un progetto che si sta ancora sviluppando.

Credo che uno degli aspetti fondamentali sia quello di valorizzare le cose belle che abbiamo vicino e che non conosciamo, per questo il turismo responsabile è molto importante.

Uno dei capitoli del libro parla proprio della Val di Funes, in cui è nato un turismo delle relazioni, ovvero si cerca di creare un legame con le persone che raccontano le loro esperienze di vita, con la storia e le produzioni. Questa località è stata riscoperta grazie al rilancio di una specie animale che stava scomparendo, ovvero la pecora con gli occhiali, che poi è diventata un presidio Slow Food.

Questo è un tipo di turismo che ti lascia molto, non il solito “mordi e fuggi” che non ti lascia niente ed è più vacanza che viaggio.

Bisogna insistere su questo tipo di turismo perché oggi è solo una piccola fetta, ma è destinato ad avere una forte crescita.


Quale competenza dovrebbe trasmettere l’Università in merito a questi temi per affrontare il turismo del futuro?


Curiosità, perché grazie a questa scatta la meraviglia, madre di ogni cosa. Indurre le persone ad essere curiose porta queste a scavare e approfondire, questo porta ad utilizzare un approccio che non sia superficiale.

Dovremmo riprendere a studiare la geografia e in particolare la nuova geografia, questa è una materia viva in cui serve capacità di lettura che va oltre la divisione del mondo.

Dentro gli ecosistemi, le terre alte, i fiumi, le grandi pianure troviamo la vita, la storia e la cultura che ha caratterizzato quello che siamo oggi.


Che contributo può dare Slow Food nel ripensare ad un turismo invernale?


Bisogna cominciare ad avere come riferimento gli ecosistemi piuttosto che gli stati o le regioni, è molto importante cambiare il modo di vedere il mondo.

Dagli ecosistemi possiamo capire le nuove rappresentazioni del mondo.

Un esempio possono essere le Terre Alte dell’arco alpino dove le economie per anni sono state governate dalle città, e questo non va bene perché dovrebbero essere le persone del posto, che abitano la montagna e che hanno le capacità per poter valorizzare il territorio.

Importante è ricordare il grande spazio mediterraneo dal quale si sono sviluppate conoscenze che ci hanno permesso di essere quello che siamo oggi.

Slow Food ha tutte le condizioni per poter sviluppare questo ragionamento, che non è così diffuso, ma è fondamentale. Il cibo è sicuramente un veicolo strepitoso per fare questo.


Nel libro di parla tanto di limite, a noi giovani sembra che il limite sia messo solo al nostro futuro, anche dandoci “le colpe” su come le cose stanno andando, non rendendosi conto che noi ci siamo trovati in un mondo che era già così. Cosa ne pensa lei?


In un pianeta come la Terra che è limitato immaginare che lo sviluppo possa essere illimitato è illogico.

Il limite fa parte della nostra esistenza, perché tutto prima o poi ha una fine, anche noi esseri umani. Dovremmo fare nostro il senso di “finitezza” e non espugnarla, dovremmo elaborarla e creare un rapporto diverso con la nostra vita e il nostro futuro.

La nostra generazione nell’arco di pochi decenni ha condizionato la vita sulla terra, infatti l’epoca prende il nome di Antropocene. Noi dovremmo farci nostra questa responsabilità e avere la consapevolezza della cultura del limite.

Importante parlare della gestione delle risorse, negli anni ’60 sono state usate solo 50% di queste, nel 1971 c’è stato un pareggio e ad oggi abbiamo superato dell’1,7 volte quello che dovremmo consumare.

L’Overshoot Day misura l’impronta ecologica che abbiamo, nell’anno in corso questo giorno è stato il 28 luglio, questo vuol dire che dal 29 abbiamo cominciato a consumare risorse sottraendole alle generazioni future.

Ad oggi dovremmo riconsiderare il modello di sviluppo, perché se il modello non cambia ci sarà un tragico esito della vita dell’uomo sulla terra.

Nell’antica Grecia il limite era considerato come un qualcosa di positivo, oggi si è ribaltato.

L’essere umano pretende e pensa di essere al centro del mondo, non rendendosi conto che in realtà siamo solo una parte microscopica degli esseri viventi, i molluschi pesano più di noi.

Il cambiamento deve venire da due cose, le grandi scelte della politica e dei nostri comportamenti individuali.


Inverno liquido

La crisi climatica, le terre alte e la fine della stagione dello sci di massa

Michele Nardelli e Maurizio Dematteis

ed. Derive e Approdi



Foto @Witchcraft da AdobeStock

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