NutrInform Battery: l’etichettatura come strumento di educazione alimentare

di Stefano Senatore - Cibuslex

Articolo tratto da Slowzine n. 8 - marzo 2021

Il numero 8 di Slowzine è consultabile online in formato pdf (alta definizione 27mb - bassa definizione)


Come ormai noto, le abitudini alimentari influiscono in modo determinante sulla salute degli individui e delle comunità. I problemi legati alla malnutrizione non sono affatto una prerogativa dei Paesi “poveri” del mondo ma coinvolgono direttamente anche le società più industrializzate, a causa di regimi alimentari caratterizzati da un eccessivo apporto di energia, zuccheri e grassi e, al contempo, da una carenza di importanti micronutrienti, come ferro e calcio.




Errati modelli alimentari sono responsabili di obesità e malattie ad essa correlate, quali diabete di tipo II, malattie cardiovascolari e alcuni tipi di tumore. Per avere un quadro più concreto del problema, basta guardare le stime del carico di malattia attribuibile ai diversi fattori di rischio comportamentale (DALY), presentate dal Crea nell’ambito delle Linee guida per una sana alimentazione. Secondo tali valutazioni, in Italia nel 2016 il numero di DALYs attribuibile ai consumi alimentari non idonei, al consumo di bevande alcoliche ed all’inattività fisica è stato nettamente superiore – quasi una volta e mezza – rispetto al valore attribuibile al fumo1.


La consapevolezza di questo problema ha indotto numerosi Paesi del mondo ad attivarsi per promuovere scelte di consumo ispirate ad una più sana alimentazione. Uno degli strumenti utilizzati a questo scopo è l’etichettatura dei prodotti alimentari.

Dapprima, è stato il regolamento dell’Unione europea n. 1169/2011 ad introdurre per tutti gli alimenti, a partire dal 2016, l’obbligo di inserire in etichetta una dichiarazione nutrizionale, contenente i valori di energia, carboidrati, zuccheri, grassi, acidi grassi saturi, proteine e sale apportati da 100 grammi o 100 millilitri di prodotto.

La funzione della tabella nutrizionale obbligatoria, però, è solo quella di offrire informazioni sulla composizione del prodotto. Nella pratica, non è quindi risultata particolarmente efficace ad incidere sulle scelte di acquisto dei consumatori, considerato anche che:

a. nel suo contenuto minimo, non fornisce dati che consentano di confrontare i valori nutrizionali della singola porzione consumata con le assunzioni che sarebbero raccomandate, nell’arco di un’intera giornata, per una dieta equilibrata (in altri termini: ci viene indicato che il panetto da 100 g di burro contiene circa 65 g di acidi grassi saturi e non, invece, quanti grassi saturi assumiamo mediamente con una porzione, né qual è la dose massima di grassi saturi che possiamo assumere quotidianamente);

b. essendo normalmente confinata nella retro-etichetta, è raro che venga consultata al momento dell’acquisto (chi di noi si dedica ad un confronto accurato tra le dichiarazioni nutrizionali nel rapido passaggio tra le corsie del supermercato?).


I singoli Paesi hanno quindi cominciato a promuovere sempre più l’utilizzo, a titolo volontario, di modelli ulteriori di informazione nutrizionale, caratterizzati da un contenuto più mirato e sintetico e da un maggior impatto visivo (con posizionamento sul fronte dell’etichetta).

Purtroppo, non essendo stato possibile trovare un accordo per uniformare queste indicazioni supplementari sull’intero territorio dell’Unione europea, gli Stati membri hanno proceduto in ordine sparso.


Lo schema ad oggi più diffuso è il cosiddetto “Nutri-Score”, sviluppato da ricercatori francesi e promosso dalle Autorità di Francia, Belgio, Spagna, Germania, Olanda e Lussemburgo. La sua funzione è quella di esprimere, in modo semplificato, una valutazione complessiva alla qualità nutrizionale del prodotto, attribuendo un voto basato su una lettera: dalla A, colorata di verde, che rappresenta il valore migliore, alla E, di colore rosso, che rappresenta il valore peggiore (Figura 1).



Il voto è basato sull’applicazione di diversi parametri: per semplificare, la presenza di frutta e verdura, legumi, frutta a guscio, semi ed olio d’oliva conduce ad un punteggio più alto, mentre un elevato contenuto di energia, zucchero, acidi grassi saturi e sodio comporta un abbassamento del punteggio.


Si tratta di un modello senz’altro efficace rispetto ai suoi obiettivi. Ciò nonostante, ha incontrato dure critiche, soprattutto da parte delle Autorità e delle associazioni di categoria italiane.


La principale contestazione che gli viene mossa riguarda la finalità perseguita dal Nutri-score, che dovrebbe essere solo quella di “informare” il consumatore sulle caratteristiche nutrizionali dei prodotti, non invece quella di “prescrivere” gli alimenti da consumare e quelli da evitare.

Tanto più che – si sostiene – la valutazione nutrizionale dei prodotti è basata su criteri inadeguati, che penalizzano numerosi prodotti della tradizione alimentare italiana, tra cui i Prosciutti di Parma e di San Daniele, il Grana Padano ed il Parmigiano Reggiano, il Gorgonzola, la Mozzarella di Bufala Campana e gli oli di oliva.


Il Governo italiano ha quindi deciso di promuovere un diverso schema di etichettatura nutrizionale volontaria, adottato con decreto ministeriale dello scorso 19 novembre 2020 .


Il sistema italiano, che prende il nome di “NutrInform Battery”2, prevede l’apposizione un logo bianco e azzurro sul fronte-etichetta (Figura 2), che esprime i valori di energia, grassi, acidi grassi saturi, zuccheri e sale riferiti ad una singola porzione dell’alimento (anziché a 100 grammi, come il modello francese).



Il contenuto di energia e nutrienti apportato dalla porzione deve essere indicato numericamente con due modalità:

a. sia in termini assoluti (in kJ e kcal per l’energia ed in grammi per gli altri nutrienti);

b. sia in termini relativi, come percentuale rispetto ai consumi di riferimento giornalieri di un adulto medio (AR) stabiliti dalla normativa europea3 (vedi tabella).



A livello grafico, vengono inoltre raffigurate cinque batterie, una per ciascun parametro (energia, grassi, grassi saturi, zuccheri e sale). La parte “carica” delle batterie – colorata con una banda azzurra – esprime visivamente la percentuale di energia o nutriente contenuta nella singola porzione rispetto ai consumi di riferimento quotidiani. Ciò, allo scopo di aiutare il consumatore a rimanere nei limiti di una dieta equilibrata, nella quale il totale delle assunzioni giornaliere non superi il 100% dei consumi di riferimento (cioè, la carica massima della batteria).


Il dado è tratto. Non resta ora che attendere, per capire quale sarà l’effettiva diffusione dello schema volontario italiano e per valutare la sua concreta efficacia



1) Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea), Centro di Ricerca Alimenti e Nutrizione, Dossier scientifico delle Linee guida per una sana alimentazione, ed. 2018, pag. 13 ( https://www.crea.gov.it/web/alimenti-e-nutrizione/-/dossier-scientifico-linee-guida-per-una-sana-alimentazione-2018)


2) Decreto del 19 novembre 2020 del Ministero dello Sviluppo Economico, del Ministero della Salute e del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali ( https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/12/07/20A06617/sg) cui si è poi aggiunto il Manuale d’uso del 19 gennaio 2021 ( https://www.mise.gov.it/images/stories/documenti/Manuale_uso_NutrInform_Battery.pdf)


3) Si veda l’allegato XIII del regolamento (UE) 1169/2011 (https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2011/1169/2018-01-01)

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