Domenica 26 settembre - Referendum propositivo per un distretto biologico trentino


Domenica 26 settembre siamo chiamati al voto per il referendum propositivo per un distretto biologico trentino. Un appuntamento importante per pensare al futuro del nostro territorio. Un referendum che ha suscitato anche molti dibattiti e già questo è un merito che va riconosciuto visto l’importanza di porre all’attenzione della politica, delle istituzioni, delle associazioni di categoria, dei produttori e dei cittadini, le riflessioni sul futuro del nostro Trentino.


La nostra associazione Slow Food Valle dell’Adige Alto Garda si è schierata fin dalla prima ora a favore del sì condividendo il contenuto del quesito referendario:


Volete che, al fine di tutelare la salute, l’ambiente e la biodiversità, la Provincia Autonoma di Trento disciplini l’istituzione su tutto il territorio agricolo provinciale di un distretto biologico, adottando iniziative legislative e provvedimenti amministrativi – nel rispetto delle competenze nazionali ed europee – finalizzati a promuovere la coltivazione, l’allevamento, la trasformazione, la preparazione alimentare e agroindustriale dei prodotti agricoli prevalentemente con i metodi biologici, ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo 228/2001, e compatibilmente con i distretti biologici esistenti?


Il buono, pulito e giusto alla base della filosofia di Slow Food non si identifica in modo automatico con il biologico. Ma proprio per questo abbiamo trovato nei promotori del referendum degli interlocutori con i quali confrontarci. Il dibattito sul distretto biologico, infatti, pone al centro anche limiti e prospettive di sviluppo di questo sistema. Le monoculture estensive biologiche, il cortocircuito che spesso vede prodotti biologici attraversare gli oceani per arrivare sulle nostre tavole, la necessità di ripensare il legame con il territorio, le difficoltà delle micro-imprese sono temi cari anche alla nostra associazione. Su quest’ultimo punto l’importanza della sinergia che il distretto potrà generare è un aspetto sul quale riponiamo molto aspettative.

Di tutte queste criticità si potrà discutere solo se arriverà un chiaro messaggio popolare sulla necessità di mettere al centro questi argomenti nell’agenda politica e coinvolgendo il mondo della ricerca.


Come ci ha ricordato Carlin Petrini sulle pagine de La Stampa in un recente intervento “Pensare di poter abusare di input artificiali esterni per perseguire l’aumento delle rese agricole senza incidere negativamente sull’ecosistema, la sua biodiversità e il clima non è stato altro che uno specchietto per le allodole. Nel breve periodo è infatti stato un rimedio valido al problema della fame abbattendo i costi, aumentando le quantità e rendendo l’attività agricola meno incerta. Sennonché dopo decenni di applicazione indiscriminata di un modello intensivo e industriale, ci troviamo a fare i conti con un impoverimento della flora e della fauna, suoli degradati, falde acquifere e aria inquinate. In una società dove il sistema alimentare inquina, spreca e ammala, mi sembra molto chiaro che la prerogativa non è più produrre di più con meno, ma meglio. Nel rispetto della Terra attraverso pratiche rigenerative non energivore o depauperanti. Di coloro che la coltivano, nella libertà di compiere le proprie scelte, riconosciuti e tutelati anche dal punto di vista normativo. Di tutti noi cittadini che abbiamo il diritto a un cibo sano e che soddisfi il fabbisogno nutrizionale e non solo quello energetico” (qui l'articolo completo). Anche per questo è importante che la proposta del referendum sia partita dal basso, dai cittadini. Ogni prospettiva futura non può non riconsiderare un cambiamento del modello di produzione, distribuzione e consumo di cibo. Solo così potrà avviarsi la quanto mai urgente e necessaria transizione ecologica. I valori da tutelare, come recita il quesito referendario, sono la salute, l’ambiente e la biodiversità.


Conosciamo le critiche che son state mosse a questa iniziativa. Per alcuni è una battaglia di retroguardia, per altri un’imposizione, per altri un’utopia del tutto sconnessa dalla realtà economica, alcuni considerano il referendum lo strumento sbagliato, altri il momento non opportuno oppure i soggetti proponenti troppo slegati dal mondo rurale.

Ma sappiamo anche che il Trentino non è la “valle verde” che spesso viene percepita, che la superficie dei terreni agricoli coltivati a biologico è oggi pari circa al 6% contro una media italiana più che doppia e che quindi siamo in ritardo sul piano di azione per lo sviluppo della produzione biologica presentato dalla Commissione europea che punta ad aumentare la produzione (ed il consumo) di prodotti biologici per raggiungere entro il 2030 il 25% dei terreni coltivati.


Andare alle urne domenica non significa obbligare chi non lo vorrà a sposare il biologico. Significa invece iniziare un percorso di cambiamento quanto mai importante per il nostro territorio, iniziare a cambiare la prospettiva.


Per approfondire vi invitiamo a leggere gli articoli apparsi su Slowzine dedicati al referendum

Perché un Distretto Biologico Cambiare si può e ad oggi è oltremodo opportuno (Slowzine n. 8 – marzo 2021)


Referendum biodistretto: quali prospettive per il turismo? (Slowzine n. 12 – settembre 2021)


E la riflessione del consigliere nazione di Slow Food Michele Nardelli

Domenica al voto per il Distretto biologico Trentino


Si vota domenica 26 settembre dalle 06:00 alle 22:00 presso il proprio seggio di residenza.

Non è necessario il Green Pass per esprimere il proprio voto. Ma la la tessera elettorale sì! Per maggiori info sul referendum: www.bio.trentino.it



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