Montagna 2050 a Pejo
- SlowFoodAltoAdigeSüdtirol
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Articolo pubblicato su Il T Quotidiano del 24 aprile 2026.

Il quarto appuntamento di Montagna 2050 si è svolto sabato 18 aprile 2026 e ha coinvolto la comunità di Pejo. Il percorso, promosso da Slow Food Trentino Alto Adige APS, con il contributo della Fondazione Caritro e del Comitato Trento Capitale del Volontariato, sta attraversando in questi mesi diversi contesti montani della provincia. L’obiettivo è ascoltare le comunità, creando occasioni di confronto tra opinioni, esperienze e punti di vista per ragionare insieme sulla Terre Alte dei prossimi decenni.
La modalità operativa prevede la costruzione di gruppi di confronto aperti, ai quali possono partecipare persone con relazioni diverse con il territorio. A Pejo il pubblico era composto principalmente da residenti nati in valle, ma erano presenti anche nuovi abitanti, turisti e appassionati, in un contesto in cui queste presenze contribuiscono a ridefinire in modo dinamico la vita delle comunità locali. Circa cinquanta persone hanno preso parte agli incontri, coordinati dai facilitatori di Slow Food Trentino.
Particolarmente rilevante per le dinamiche locali il tavolo di discussione dedicato al turismo, coordinato da Nely Webber, presidente di Slow Food Terre del Noce APS, i cui esiti sono stati restituiti da Anna Benedetti, referente del MMAPE di Croviana. Il tema è stato affrontato nella sua complessità, riconoscendo i tempi lunghi dei processi e la molteplicità degli interessi coinvolti. Si è sottolineato il ruolo fondamentale che il turismo ha avuto, e continua ad avere, nella generazione di economia e benessere. Allo stesso tempo emergono con sempre maggiore chiarezza i rischi legati a una crescita eccessiva, spesso non compatibile con gli spazi e i servizi necessari alla vivibilità della montagna durante tutto l’anno. Rilevante anche la responsabilità dei residenti nel costruire forme di turismo alternative, a partire dalla consapevolezza delle risorse del territorio, capaci di intercettare un visitatore attento e di generare non solo valore economico, ma anche relazioni e cultura, nel rispetto degli equilibri locali. In questa prospettiva si collocano il Parco dello Stelvio, le terme, le attività sportive non legate esclusivamente allo sci, così come l’offerta culturale di ecomusei, musei etnografici e delle realtà agricole che propongono esperienze di visita. La giornata, in questo senso, si è aperta proprio con la visita guidata al Caseificio Turnario di Pejo e al museo dedicato alla Grande Guerra «Per noi residenti la montagna rappresenta tranquillità e pace, ritmi più lenti e armonia con il paesaggio e la natura. Sono valori che, a loro volta, definiscono un preciso modello di turismo, che potrà essere attrattivo anche per nuovi residenti, dei quali il territorio ha bisogno».
Proprio dell’abitare e del diritto alla vita quotidiana si è occupato il gruppo di lavoro coordinato da Sveva Soldera, studentessa dell’Università di Trento. In primo luogo i partecipanti hanno rimarcato una distinzione netta tra le età della vita. L’infanzia in valle viene percepita come un’opportunità di crescita in un contesto naturale e comunitario, mentre le criticità si intensificano nell’adolescenza e nella fascia tra i 16 anni e l’università. Per queste età risultano limitati gli spazi e le opportunità, con il rischio di generare situazioni di disagio giovanile che possono essere contrastate solo attraverso un’azione condivisa degli abitanti. Rimane un nodo irrisolto, comune alle aree interne, il disallineamento tra percorsi di studio e specializzazione e la possibilità di mantenere il proprio progetto di vita in situazioni “periferiche”, lontano dalle grandi città. «Ci siamo chiesti quali politiche favoriscano realmente la scelta di restare e abitare queste valli e quali, invece, ne incentivino l’abbandono». In questo quadro è stata sottolineata l’importanza di preservare le specificità locali, spesso sacrificate nei processi di ottimizzazione dei costi amministrativi che tendono ad accorpare i piccoli centri. L’altra faccia della medaglia è la necessità di evitare che questi paesi diventino realtà isolate, incapaci di farsi ascoltare a causa delle dimensioni troppo ridotte, e di relazionarsi con altri contesti. Per questo assumono un ruolo fondamentale le reti tra piccoli nuclei, capaci di dialogare e di esprimersi con una voce comune. Senza dimenticare le potenzialità positive dell’accoglienza di nuovi abitanti nelle comunità montane, provenienti ai contesti più diversi del mondo.
Queste riflessioni hanno trovato spazio anche nel gruppo “Voce Alta: facciamoci sentire”, coordinato da Luca Maretto, studente dell’Università di Trento, dedicato alla partecipazione civica e alla rappresentanza delle aree montane. Il confronto si è focalizzato su come garantire che le istanze dei territori periferici vengano effettivamente recepite dai livelli decisionali centrali. Gli interventi dei partecipanti hanno evidenziato la necessità di un duplice impegno: da un lato amministrazioni capaci di coordinarsi per rappresentare esigenze spesso diverse da quelle del fondovalle; dall’altro cittadini attivi, attraverso forme di partecipazione volontaria. In questo senso, l’esperienza delle A.S.U.C. rappresenta un riferimento significativo, per il ruolo svolto nella tutela del patrimonio agro-silvo-pastorale e nella gestione collettiva delle risorse, fondata su principi di non alienabilità, inusucapibilità e vincoli di destinazione. Sono inoltre esperienze di partecipazione e democrazia diretta da cui può emergete una voce che si fa carico delle istanze collettive recepite quotidianamente.
La sessione coordinata da Marta Villa, antropologa del Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell’Università di Trento, si è concentrata su come questi elementi possano essere trasmessi all’esterno. Il confronto è partito dall’analisi degli stereotipi sulla montagna, sia positivi che negativi, talvolta alimentati dalla stessa comunità, per provare a costruire un immaginario diverso. In questo percorso ha un ruolo generativo l’autostima, intesa come consapevolezza del proprio territorio e della propria storia, quindi come espressione di cultura. Alcuni esempi, attraverso le storie che portano con sé, possono contribuire a questo processo. In particolare, il Caseificio Turnario di Pejo è stato indicato come una testimonianza viva di un passato capace di proiettarsi nel futuro, raccontando valori come collaborazione e mutualità. Si innesta su questa linea la cultura del collettivo, strettamente legata a un’idea autentica di autonomia. A partire dalla suggestione della domanda “come raccontare la montagna a un bambino?”, i partecipanti hanno condiviso storie di dighe, di vie di passaggio attraverso le Alpi, di confini e di solidarietà.
La discussione sull’agricoltura nelle Terre Alte è stata facilitata da Federico Bigaran, agronomo ed ex direttore dell’ufficio provinciale per le produzioni biologiche. Anche le valli montane sono interessate da pratiche zootecniche e agronomiche che riducono la biodiversità, spesso orientate a inseguire un mercato che trasferisce e maschera costi aziendali in costi sociali e ambientali. Sta però crescendo, anche in ambito turistico, l’attenzione verso soluzioni alternative. Un percorso che si scontra con una comunicazione spesso confusa, talvolta utilizzata per legittimare iniziative che poco hanno a che fare con la biodiversità. Diventa centrale l’individuazione di strumenti di riconoscimento chiari: in questo senso hanno un possibile ruolo le certificazioni partecipate, basate su forme di controllo di comunità. Parallelamente resta un campo da esplorare e approfondire quello della sostenibilità economica delle aziende montane che operano in equilibrio con gli ecosistemi. Alcune produzioni, come miele e uova, possono già rappresentare opportunità interessanti per generare microeconomie, grazie a una collocazione di mercato relativamente immediata e a investimenti contenuti.
Come nei precedenti incontri di Terragnolo, Grumes (Altavalle) e Carbonare (Altipiani Cimbri) dai tavoli si delinea un quadro che intreccia i vari ambiti. Davanti alle criticità, più che soluzioni immediate, il percorso ha restituito la necessità di costruire processi nel tempo, fondati sulla capacità di riconoscersi, di collaborare e di attivarsi in modo consapevole e non eterodiretto, aprendosi a nuovi abitanti, modelli economici e di turismo.




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